Roma, 25 ago  – Viviamo in un’epoca di remake in live action dei grandi classici film d’animazione Disney. L’ultimo è stato Il Re Leone (sì, quello definito “fascista”) e tra poco sarà il momento di Lilli e il Vagabondo.

Oltre all’ovvio interesse economico che è dietro questa volontà di riprendere i successi del passato e reinterpretarli con nuovi mezzi digitali, resta da capire perché ai nostri bambini non possa bastare il cartoon originale. Dietro la realizzazione di questi lungometraggi, prima dell’avvento del digitale, c’era la perizia e la maestria di caratteristi, coloristi, disegnatori. Adesso sì, ci sono dei tecnici, a modo loro artisti: ma è ben evidente come di questi classici sia stato ripreso e “copiato” ogni singolo fotogramma. Dunque, al fine della comunicazione, non è forse un modo di rendere queste storie sempre più vicine al “vero” togliendo un po’ ai piccoli telespettatori la capacità di interpretare, fantasticare e magari cercare di riprodurre quello che vedono sullo schermo? Fortunatamente questo trend del remake non ha ancora investito i film d’animazione che uscirono da altre case di produzione ma che sono diventati, a buon diritto, anch’essi dei classici – e questo nonostante lo strapotere dell’impero di Walt Disney. Oggi ne elenchiamo cinque, consigliandovi caldamente di farli vedere ai vostri bambini – magari, col giusto stimolo alla fantasia, resteranno bambini più a lungo e non quei piccoli adulti sessualizzati e responsabilizzati che il mondo d’oggi vuole renderli.

5) “Pagemaster” (1994, Pixote Hunt, Maurice Hunt e Joe Johnston)

Il film ha richiesto quasi tre anni e mezzo per essere finito. Costò 27 milioni di dollari, incassandone a stento la metà, e arrivando in Europa come direct to video. Probabilmente, essendo protagonisti del film i libri (e nonostate il bimbo protagonista fosse doppiato dall’allora bimbo prodigio Macaully Culkin) era troppo avanti coi tempi. Richard, il protagonsita, è un bambino secchione e fobico di tutto, che vive solo di calcoli matematici – una sorta di Sheldon Cooper. Costretto a rifugiarsi in una biblioteca, Richiard incontra Mr. Dewey, lo strano bibliotecario. Dopo un incidente, Richard si rende conto di essersi trasformato in un cartone animato: incontra quindi il Pagemaster, un mago, e la biblitoeca è diventata una terra fantastica in cui i libri prendono vita. Tra di loro, i tomi che lo aiuteranno a ritrovare la via di casa: Avventura, un libro pirata e coraggioso e Fantasy, rosa e volubile. Richard incontra una serie di personaggi meravigliosi, alcuni spaventosi, ma tutti connessi a grandi romanzi come Il Mastino dei Baskerville, Moby Dick o I Viaggi di Gulliver. Grazie ai libri, Richard ritroverà sé stesso.

4) “Alla ricerca della valle incantata” (1988, Don Bluth)

Prodotto dalla Amblin Entertainment di Steven Spielberg, le avventure di Piedino il dinosauro “collo lungo” e i suoi amici per ritrovare le proprie famiglie nella Valle Incantata sfuggendo agli attacchi dei “denti aguzzi” sono state immaginate e dirette da Don Bluth. Ritroveremo Bluth diverse volte nella nostra classifica: a lui, infatti, si deve la nascita della maggior parte del classici nati fuori dalla Disney. Anche se Bluth era cresciuto proprio dentro gli studi disneyani, lavorando a Robin Hood, Le avventure di Winnie the Pooh e Le avventure di Bianca e Bernie ma abbandonando il colosso dell’animazione alla morte del “padre” Walt. Alla ricerca della valle incantata se fosse un romanzo, sarebbe un romanzo di crescita. A differenza dei film d’animazione “mainstream” Bluth lascia sempre una sottotraccia di malinconia (emblematico in questo senso la scena di Piedino che ritrova i propri nonni seguendo una nuvola che sembra la sua mamma) simile, per certi versi, a quella dei cartoni animati giapponesi.

3) “Brisby e il segreto di NIMH” (1982, Don Bluth)

Brisby è stato il primo lungometraggio diretto da Don Bluth che nel 1979, insieme ad altri animatori, lascia la Walt Disney Pictures per fondare la Don Bluth Productions. Bluth teneva particolarmente a questo progetto: aveva acquisito i diritti del libro da cui è tratto, Mrs. Frisby and the Rats of NIMH, quando la Disney si era rifiutata di portare avanti il progetto. Iniziò a lavorare nel garage di casa sua, ancor prima di giungere ad un accordo con qualche produttore. E quel che ne è uscito è veramente un capolavoro, forse uno dei film d’animazione più belli di tutti i tempi. Brisby, la protagonista, è una tenera topolina di campagna. Ancora innamoratissima del marito Jonathan, del quale è rimasta vedova, vive con suoi quattro figli in un mattone nel campo di un contadino. Il campo verrà presto arato e Brisby dovrà traslocare, anche se ha un figlio malato. Brisby si reca a chiedere consiglio dal temutissimo Grande Gufo ove apprende che il suo Jonathan fu un eroe: Jonathan  infatti aveva liberato molti altri topi e ratti usati dagli uomini per i loro esperimenti. I topi erano intrappolati nelle gabbie dell’Istituto Nazionale per la Salute Mentale (National Institute of Mental Health: ecco l’acronimo di NIMH). Gli esperimenti avevano reso topi e ratti intelligenti: potevano leggere, scrivere e creare l’elettricità e invecchiare più tardi. Jonathan era insomma una sorta di Prometeo. Il film è oscuro, a tratti spaventoso forse per dei bambini, ma anche tenero, buffo e affascinante. Un capolavoro.

2) “Princess Mononoke” (1997, Hayao Miyazaki)
Scegliere nella sconfinata produzione di Miyazaki è pressochè impossibile: tutti i film del maestro giapponese sono capolavori e hanno avuto tutti un grande successo. Il bello di Mononoke è la scelta, da parte di Myazaki, di ambientarlo nel cosiddetto periodo Muromachi della storia giapponese: ovvero un’epoca selvaggia, mitica e connessa lla natura. Le foreste e gli spiriti della natura sono protagonisti insieme al giovane Ashitaka e a San, detta Mononoke, la “Ragazza Lupo”, orafana, ma cresciuta cresciuta dalla dea-lupa Maru. San vede gli uomini con disprezzo e sospetto, ma il tema del film è proprio il riavvicinamento tra l’uomo e la natura, nel reciproco rispetto e con il senso del sacro. Il film è di animazione classica, ovvero non digitale. La trama, inizialmente, era diversa: doveva vedere una ragazza innamorarsi di uno spirito mostruoso ma gentile. L’uscita de La bella e la bestia anticipò il tema, e Myazaki fu costretto a fare delle modifiche. Per sua stessa ammissione, Miyazaki si ispirò a John Ford e agli western di frontiera per ideare la “Città del Ferro”: il maestro giapponese la definì una “città di frontiera con una comunità unita” abitata da “personaggi provenienti da gruppi emarginati e oppressi che raramente, o mai, erano apparsi nei film giapponesi”. Il padre dello studio Ghibli voleva, con questo, film “ritrarre i primi albori del conflitto, apparentemente insolubile, tra il mondo naturale e la civilizzazione industriale moderna.”

1) “Charlie, anche i cani vanno in Paradiso” (1989, Don Bluth)

Ambientato della musicale e corrrotta New Orleans nel 1939, il film vede come protagonista Charlie, un “cagnaccio” da strada, che scappa dal canile con la sua spalla, il buffo bassotto Itchy. I due vanno nella bisca di Carface, il boss dei cani, a chiedere la loro parte di soldi visto il sospetto arricchimento del capo della gang durante la “prigione” dei soci. Qui Charlie viene colpito da una pallottola e, ritrovatosi nel Paradiso dei cani, una levriera rosa gli spiega che “tutti cani vanno in Paradiso” perché “a differenza degli esseri umani, sono buoni, leali e gentili”. Charlie vede qui l’orologio, fermo, che rappresenta la sua vita . Da bravo tanghero, Charlie ruba l’orologio e torna sulla Terra. Ma non potrà più tornare in Paradiso. Lui e il suo socio incontrato la picola orfana Anne-Marie, che può parlare con tutti gli animali. E’ prigioniera del nemico Carface, ma Charlie libera la bimba promettendole una vita migliore ma in realtà volendola sfruttare. Col tempo, e con molte difficoltà, Charlie diventerà il miglior amico di Anne-Marie. Se siete di lacrima facile, con Charlie anche i cani vanno in Paradiso ne verserete a fiumi – è un classico di Don Bluth quello di riuscire a farci aprire le fontanelle. Il doppiatore di Charlie è nientemeno che Burt Reynolds, e molte delle battute tra lui ed Itchy furono improvvisate. Il boss Carface, come prevedibile è ispirato a Scarface, e doveva proprio chiamarsi così: ci si “accontentò” del nome Carface per paura di conseguenze legali. Un’altra tragica storia accompagna quella del film: la bimba che doppiava Anne-Marie, Judith Barsi, fu uccisa dal padre, un uomo violento con lei e la madre, mentre il film era in fase di ultimazone. A lei è stata dedicata la pellicola e il tema principale, Love survives.

Ilaria Paoletti

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