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Roma, 14 ott – Una finanza etica è davvero possibile? Sono passati più di 10 anni da una delle più gravi crisi finanziarie che il mondo abbia conosciuto. Una crisi scatenata dallo scoppio della bolla immobiliare e dai tristemente famosi mutui subprime, ovvero prestiti concessi dagli istituti di credito a persone o enti con altissimo rischio debitorio che spesso, una volta diventati inesigibili venivano inglobati in ulteriori strumenti finanziari e rivenduti sul mercato secondario, causando un circolo vizioso che ci ha portato sull’orlo del baratro. Passata la paura, ci si è interrogati sui possibili correttivi, sulla pericolosità intrinseca di uso e abuso di strumenti derivati da parte delle Istituzioni finanziarie, siamo stati rassicurati dai leader mondiali sulla messa in atto di manovre tali da impedire il ripetersi di situazioni simili in futuro. In realtà poco o nulla si è fatto e a poco vale l’oggettiva difficoltà di operare riforme strutturali globali in un periodo di grave recessione come quello che ne è scaturito, ad oggi nessuna seria regolamentazione pubblica è stata introdotta in nessun paese colpito dalla crisi per evitare il ripetersi di eventi similari.
Nel frattempo le disuguaglianze sociali sono aumentate con i ricchi che sono diventati sempre più ricchi e i poveri che non solo sono aumentati numericamente ma hanno anche visto peggiorare le loro condizioni di vita; una larga parte della popolazione degli stati colpiti dalla crisi ha serie difficoltà ad accedere al credito, in compenso i colossi globali della finanza prosperano, nonostante qualche difficoltà sistemica. Per rispondere alla domanda alla base di questo articolo occorre innanzitutto chiedersi quale sia lo scopo della finanza che troppo spesso viene oggi associato in maniera frettolosa ma non scorretta alla possibilità di conseguire profitti. Se è vero che le Banche non sono istituti di beneficenza, allo stesso modo ci si dimentica che queste nascono per finanziare l’economia reale, certamente traendone il giusto profitto, ma stimolando attraverso la concessione del credito il naturale sviluppo dell’impresa.
Ecco quindi che una prima misura che dovrebbe rendersi necessaria per arrivare ad avere una finanza maggiormente “etica” sarebbe quella di porre in atto una netta divisione tra banche commerciali e banche di investimento. Il risparmiatore dovrebbe essere messo nelle condizioni di sapere che i propri denari vanno a finanziare ad esempio la piccola e media impresa, e non entrare in un calderone di operazioni speculative volte ad ottenere il maggior rendimento possibile a qualsiasi costo. Purtroppo da questo punto di vista le Istituzioni sembrano non sentirci; è naufragata infatti in commissione europea la proposta di legge che prevedeva una blanda riforma del sistema bancario (Bank Structural Reform) e anche a livello di singoli Stati la volontà sembra comunque quella di favorire i grandi complessi bancari, sempre più distanti dalle esigenze reali dei cittadini, piuttosto che realtà medio-piccole ma solide e ben integrate nel tessuto socio economico, vedasi in Italia la recente penalizzante riforma delle banche popolari (2015) e del credito cooperativo (2016).
Ma è comunque possibile operare anche in un’altra direzione, ovvero provando a costruire strumenti finanziari che vadano a tutelare maggiormente i risparmiatori, che seguano criteri “etici” nella selezione degli universi investibili. Oltre alla nascita di banche etiche focalizzate alla concessione di credito e microcredito, che ormai hanno superato le 30 unità in Europa, stiamo assistendo a un proliferare di strumenti che vanno in una direzione che esce da una logica puramente speculativa. Così alcuni fondi di investimento socialmente responsabili investono esclusivamente in azioni o obbligazioni quotate che soddisfano a rigidissimi criteri di sostenibilità sociale ed ambientale; si stanno sviluppando i “green bond” ovvero titoli obbligazionari attraverso i quali le imprese e le amministrazioni si indebitano sul mercato per finanziare progetti ambientali o ancora i “social impact bond” che vanno a finanziare progetti di Welfare. Certo il pericolo che questa tipologia di strumenti serva solo ad attrarre nuovi segmenti di clientela esiste, ma in generale sembra che sia possibile e auspicabile procedere verso una finanza più asservita ai bisogni del tessuto socioeconomico e alle esigenze dei cittadini e sempre più lontana dalla logica del profitto fine a se stessa.
Claudio Freschi

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