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G8 di Genova estrema sinistraRoma, 21 lug – Quindici anni fa, tra le vie strette e anguste di Genova, finiva una stagione per la sinistra antagonista. Il G8 del 2001 ha infatti rappresentato uno spartiacque fondamentale per tutto il mondo cosiddetto “no global”, fino a quel momento, sull’onda del famoso “Popolo di Seattle”, considerato una componente dialettica della dinamica globalizzante. Da Genova in poi, il mondo dei centri sociali e affini intraprenderà una parabola discendente che porterà tale ambiente verso una marginalità crescente, malgrado le numerose rendite di posizione che tuttora fruttano qualche dividendo politico. Ma la prospettiva è totalmente cambiata e ciò è avvenuto lì. Lo scatenamento di una repressione feroce e incattivita come raramente si è vista in tempi recenti, con tutto quel che ne consegue in termini di polemiche e processi, ha spostato l’asse della riflessione su quei giorni e rinviato in quello stesso ambiente un dibattito sulle contraddizioni politiche con cui i “no global” si presentarono a quell’appuntamento. Perché se la Diaz fu una carognata bella e buona, la stessa gestione della piazza da parte dei “compagni” lasciò parecchio a desiderare. Ma non è solo questo il punto.

Non è solo la contraddizione tra lo spettacolo della rivolta e i suoi effetti reali. C’è proprio una questione di identità politica che è rimasta elusa. All’epoca, fine anni ’90, primi 2000, andava di moda l’attacco alle multinazionali. Nel frattempo le grandi corporation sono diventate campionesse di pensiero politicamente corretto, gareggiando per il primato con quegli stessi ambienti che le contestavano. L’amministratore delegato di Apple, oggi, è un’istituzione che si situa più a sinistra di gran parte dei governi di sinistra del mondo. L’alter-mondialismo c’è, è lui, che bisogno c’è dei centri sociali? Meno di due mesi dopo Genova, peraltro, ci fu l’11 settembre. La sfida all’imperialismo Usa, altro grande tema dei “movimenti”, fu monopolizzato dallo jihadismo. Sappiamo bene quante questioni leghino Bin Laden (e oggi Al Baghdadi) a quelli che dovrebbero essere i suoi nemici dichiarati, gli yankee. Fatto sta, tuttavia, che l’opinione pubblica, da allora, farà una certa fatica a digerire la retorica anti-americana, o almeno una retorica anti-americana estremamente di maniera, come quella proposta dai centri sociali.

Ma il distacco tra antagonisti e popolo reale non si limitava a questo aspetto. Le contraddizioni che l’ambiente si portava dietro, unite all’enorme, colossale choc per la repressione di Genova, causarono nell’estrema sinistra un ripiego in se stessa e una chiusura al mondo da cui non si sarebbe più ripresa. Prova ne sarà sei o sette anni dopo, quando esploderà la crisi più profonda dal 1929 e i “compagni” si ritroveranno spiazzati, del tutto incapaci di parlare alle persone colpite dalla speculazione, sorpassati a sinistra dai “populisti”. I dibattiti interni a cui abbiamo assistito qualche mese fa, al tempo delle rivolte nelle periferie romane, sono emblematici: un intero mondo sedicente “sociale” aveva perso il vocabolario minimo per interloquire con i meno abbienti, con le forze popolari, con i quartieri. Persi in battaglie di retroguardia, divenuti apostoli di ogni minoranza e di ogni lobbismo, gli antagonisti si sono improvvisamente risvegliati in un mondo in cui il popolo cercava altrove i suoi referenti politici. Nel frattempo, qualcosa era andato perso per strada, nascosto per sempre tra il sangue e i fumogeni di Genova.

Adriano Scianca

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