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Londra, 28 dic – Ancora tu, ma non dovevamo vederci più? Paul “Gazza” Gascoigne rimbalza, per l’ennesima volta, sulle pagine di tutti i quotidiani internazionali. La redenzione? Una nuova via in un cammino burrascoso? Macché, ricovero in ospedale per una ferita, riportata alla testa, dopo un litigio con alcuni clienti di un hotel londinese. Ubriaco fradicio, l’ormai ex talentuoso figlio di GatesheadGeordie nel sangue – si è scagliato contro tutti e tutto. Alcuni testimoni raccontano di “insulti razzisti e di soldi lanciati” da parte del centrocampista che ha fatto le fortune del Newcastle, del Tottenham, della Lazio, del Glasgow Ranger e della nazionale inglese. Qualcuno però non l’ha presa propriamente bene. Un ragazzo ha rifilato calci e spintoni al povero Gazza facendolo ruzzolare dalle scale, con un conseguente volo che gli è costato trauma cranico e ricovero in nosocomio.



Il portavoce di Gascoigne, Terry Baker, interpellato dal Mirror ha cercato di allontanare una nuova nube sul percorso del tragico campione di Sua Maestà: “Non è stato arrestato, sta per essere dimesso e rimandato a casa”. Stan Seymour, presidente del Newcastle ai tempi della giovanili, definì il tuttocampista capace di segnare, agire in cabina di regia e di servire pregevoli assistenze per i compagni “un George Best senza cervello”. Ancora oggi ci troviamo davanti ad un uomo costretto a sanguinare, vittima della propria psiche annebbiata dall’alcool. Campione fragile, smarrito nei meandri della sua mente, che cerca un ulteriore dribbling nella vita nascondendosi sui fondali dei bicchieri.

Nick Hornby, scrittore britannico autore del romanzo cult Febbre a 90°, di lui disse: “Paul Gascoigne possiede intelligenza calcistica a palate (ed è un’intelligenza abbagliante, che comporta, tra le altre doti, una sorprendente coordinazione e la capacità di sfruttare all’istante una situazione che nel giro di due secondi non sarà più la stessa), tuttavia è evidente e leggendaria la sua assoluta mancanza del benché minimo buonsenso”. Un genio incapace di controllarsi, vittima di se stesso per questo leggenda dell’autolesionismo targato ventunesimo secolo.

Lorenzo Cafarchio

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