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Roma, 6 nov – “Il vero signore è come l’arciere: se manca il bersaglio, ne cerca la causa in se stesso”



(Confucio)

È stata diffusa da diversi organi di stampa l’intenzione del governo di introdurre nella scuola elementare la pratica e l’insegnamento dello yoga, con reazioni diverse da parte dei genitori e del corpo docente. Se alcuni “esotomani” ci ricordano le parole del vivente Dalai Lama sull’utilità della pratica meditativa per l’acquisizione di un modello di vita non – violento e pacifista, alcuni educatori, giustamente, sottolineano la precocità degli alunni interessati e quanto l’educazione infantile debba essere al riparo da ogni bizzarria, che sia lo yoga o che sia la cultura gender. Se quanto si vuole introdurre nelle scuole non è il mero rilassamento aerobico, per il quale l’italianissimo termine “ginnastica” va più che bene, ma una pratica di natura respiratoria ed immaginativa, nello specifico, vorremmo rammentare come in un’opera fondamentale di Massimo Scaligero (La Via della Volontà Solare, Edizioni Tilopa, Roma 1986, p. 125ss), si accenni ad una problematica di natura sottile di non poco conto nell’ambito dello spiritualismo contemporaneo, attinente alla dimensione appunto della cosiddetta pratica del respiro. Nei riferimenti esotici, così di moda nella società contemporanea, circa la trasposizione in Occidente di pratiche respiratorie ad opera di sedicenti santoni orientali (lama, guru e presunti risvegliati vari) – non si comprende poi chi dovrebbe insegnare tale yoga ai bambini delle elementari – oppure di occidentalissimi yoghin autorealizzati, con l’ovvia commercializzazione a stelle e strisce, si diffonde sempre più la profonda ed erronea convinzione che una certa ascesi possa essere attuata senza alcun aggiornamento e adattamento in terra d’Europa, non considerando la necessaria diversità di fisiologia occulta esistente tra l’uomo d’Occidente e l’uomo d’Oriente.

Accenneremo, come predetto, a come spesso lo yoga e la connessa respirazione siano intesi come un mezzo per raggiungere un rilassamento psico-fisico, che consenta di affrontare meglio lo stress della civilizzazione moderna, che consenta di essere più filantropicamente tolleranti, sensibili all’umana esistenza, di ogni essere vivente o senziente…anche delle zanzare! Nulla di tutto ciò è stato mai contemplato nelle dottrine ascetiche che insensatamente si importano dall’Oriente, nelle quali il fine non è mai stato il benessere fisico (per quello ci sono i centri di bellezza), ma, come in tutte le espressioni tradizionali, quello di esplicitare e sublimare in vita la componente divina e spirituale presente in ogni essere umano, purificando, trasfigurando con dolore, sacrificio, pazienza e dedizione tutte le componenti saturniane presenti e dominanti nell’interiorità:”Le contemplazioni irradianti si associano, per tal via, al potere di una patientia, alla capacità di sopportare incrollabilmente tutto ciò che può venire dal mondo degli uomini, facendo svanire nella vastità dell’animo svincolato tutto quel che questi possono” (Julius Evola, La Dottrina del Risveglio, Edizioni Mediterranee, Roma 1995, p. 180). Si delinea una prassi introspettiva che presuppone un atteggiamento altresì eroico, pur se contemplativo, rispetto agli istinti ed alle passioni che interferiscono rispetto al nostro perfezionamento animico: il rilassamento, l’evoluzione e la pace universale non sono di tali domini.

L’errata convinzione neospiritualista ed esotica si focalizza spesso e gravemente sulla conoscenza ed il ritmo di inspirazione ed espirazione, ricercandone un controllo ed un equilibrio, per l’affioramento del cosiddetto soffio di vita, cioè la prima componente sottile e di Luce interiore. Nello scritto di Scaligero citato, saggiamente, si mette in guardia il lettore sull’efficacia e la vera natura dissolutoria di certe pratiche, spiegando tecnicamente il senso dell’incomprensione. In riferimento, è d’uopo notare, come la quadripartizione sottile dell’Uomo (Saturno – Luna – Mercurio – Sole) sia associabile alla quadripartizione delle forze universe (Terra – Acqua – Aria – Fuoco), e come tale inquadramento induca il ricercatore sorretto dalla dottrina tradizionale – ovviamente completamente ignorata dagli yoghin americanizzati – a prendere coscienza che sussista necessariamente una gerarchizzazione delle componenti sottili, che devono essere interessate ed attivate gradualmente e secondo il loro preciso senso palingenetico. Da tutto ciò, si può serenamente e pacificamente comprendere come l’uomo ordinario della modernità sia nel dominio sottile di Saturno, indi della componente Terra, in cui la coscienza di veglia è subordinata al subconscio istintuale, con la falsa presunzione di essere presente a se stesso in ogni circostanza dell’esistenza. La non facile consapevolezza dei propri meccanicismi cerebrali, almeno a livello primariamente teorico, permetterebbe di rendersi conto di come le suddette pratiche del respiro, inerenti al soffio, all’elemento Aria, attuino un salto gerarchico nel microcosmo umano, non ponendo in essere una dovuta e fondamentale purificazione delle precedenti componenti terrestri e lunari.

Cosa comporta tale incomprensione? Scaligero ci illumina in tal senso. L’attivazione del respiro nelle pratiche ascetiche, per quanto premesso, non consente la ricercata liberazione animica secondo l’assunzione del soffio interno, ma, al contrario, determina l’aumento dei vincoli istintuali, che si vorrebbero illusoriamente trasmutare. L’azione sul soffio è azione sul respiro psico-fisico non purificato: pertanto, una operatività in tale direzione rafforzerebbe le componenti saturniane e lunari, perchè si donerebbe loro l’energia esercitata, ponendo nuove catene, nuovi legamenti interni, anzichè eliminarli:”…il discepolo occidentale…può giungere a una esperienza superiore del respiro, se riconosce, mediante puro pensiero, l’indipendenza della vita interiore dalle funzioni del respiro, e inoltre riconosca la inanità e la pericolosità di un Yoga moderno tendente a sottoporre l’attuale tipo umano alla tecnica respiratoria propria a una cultura e ad una razza trascorse, ossia ad una tecnica che non gli è pertinente in quanto fu conforme ad un’altra costituzione e ad una tradizione non più afferrabile nella sua oggettività mediante il presente conoscere” (Massimo Scaligero, op. cit., p. 127-8). Siamo davvero consci di certe dinamiche e, nel caso, vogliamo renderle edotte ad un bambino di 8 anni? Forse, oltre l’incompetenza vi è la solita malafede, cioè quella di estendere il dominio della massificazione e dell’instabilità coscienziale sin dai primi anni dell’adolescenza, con l’intento di creare una nuova gioventù tutta arcobaleno, tutta Buddha e filantropia.

Dal nostro canto, siccome una pacata critica si deve sempre accompagnare ad una proposta migliorativa, ci sentiamo di indicare quale pratica agonistico – meditativa, presente tanto in Oriente quanto in Occidente, quella del tiro con l’arco, in cui attenzione, impegno, silenzio e concentrazione siano le caratteristiche costante di un’autentica arte da insegnare ai giovani. Nell’antica Roma l’uso dell’arco in battaglia compare nel 216 a. C., quando i Cretesi giunti da Siracusa si contrapposero agli arcieri di Annibale (Livio, XXII, 37,8). Fu la prima apparizione dei valorosi Sagittarii, lodati anche da Scipione Emiliano a Numanzia. Tale pratica costituiva uno dei ludi preferiti della gioventù romana arcaica. Potrebbe, a nostro modesto parere, essere tale disciplina, quale attività fisico incruenta essere atta, allo stesso tempo, all’educazione dei più giovani ad un sano spirito agonale, cioè una pedagogia dell’impegno, del sacrificio e della giusta e sana competizione, nel rispetto della comunità e delle regole. Dovrebbero e potrebbero ritornare utili per la pedagogia dell’infanzia gli insegnamenti stoici di Marco Aurelio quale primo riconoscimento della propria natura, quale acquisizione di uno stile volto alla liberalità, all’impassibilità ma anche alla profondità umanità:

“Ama l’arte che hai imparato, acquiètati in essa: e trascorri il resto della vita come chi ha rimesso agli dèi, con tutta l’anima, ogni suo bene, senza farsi tiranno o schiavo di nessuno”

(Marco Aurelio, Pensieri, IV, 31)

Luca Valentini



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1 commento

  1. A parte tutte le bellissime disquiaizioni, mi sembra una trovata da tipica, mi si passi l’espressione, donna milanese manager in carriera stressata caga cazzi…
    Grande problema è che una pratica come lo yoga, dal punto di vista fisico, è efficace se praticato con costanza per anni. Per cui ritengo non sia opportuno farlo praticare a dei bambini che tale costanza difficilmente hanno/avranno. Saggio invece sarebbe, visto i tempi che corrono e l’atteggiamento mentale/comportamentale che sottointendono, l’introduzione alle arti marziali, con attenzione più strettamente alle tecniche di autidifesa.

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