Roma, 12 set – L’Italia della pallavolo è campione del mondo per la quarta volta dopo 24 anni. Ma questo paese, col volley, circa 35 anni fa, compì una svolta che solo oggi siamo riusciti forse a comprende in modo concreto: avviare una scuola nazionale di prim’ordine in quello sport. Prima, infatti, la pallavolo italiana semplicemente non esisteva, nel senso prestigioso del termine. La nazionale nostrana era una squadra come tante, di seconda fascia. Qualcosa, in quegli anni Ottanta, cambiò il corso della storia.

Italia e pallavolo, negli anni Ottanta la svolta irreversibile

L’Italia getta le premesse per diventare regina della pallavolo proprio in quel decennio, successivo al sorprendente – ma isolato – argento ai mondiali del 1978. Ne costruisce le basi arrivando a sorpresa in semifinale anche alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984 (sebbene favorita dall’assenza delle nazionali dell’Europa dell’Est, all’epoca fortissime, a causa del boicottaggio promosso dagli Usa nel contesto finale della guerra fredda). Poi crescono i primi giocatori che avrebbero costituito l’ossatura della squadra che sarà guidata da Julio Velasco, che nel 1989 diventa a sorpresa campione d’Europa. Ma la vera partita del destino è l’anno dopo, nella finale dei campionati mondiali in Brasile. Contro Cuba, che con l’Italia aveva stravinto già in quello stesso torneo, sembrava non esserci storia: invece, la storia la fecero gli azzurri, vincendo 3 a 1 e avviano il ciclo della cosiddetta generazione di fenomeni. L’Italia di Ferdinando De Giorgi appena tornata sul tetto del mondo condivide un percorso straordinariamente simile: anch’essa campione d’Europa a sorpresa lo scorso anno e anch’essa vincente contro una squadra molto più quotata, la due volte campione mondiale Polonia. Questo dopo quindici anni circa – dall’ultimo grande successo, il campionato europeo del 2005 – di ridimensionamento degli obiettivi. L’Italia della pallavolo è stata forte anche in questo periodo, ma incapace di competere con le squadre più agguerrite. Poi, la svolta, quasi casuale, ma coraggiosa.

Come l’azzurro è tornato davanti a tutti

L’azzurro si è ripreso i vertici mondiali. Ma come dicevamo sopra, non ha mai abbandonato, nemmeno nei poveri ultimi quindici anni, posizioni tutto sommato di prestigio, sebbene non in grado di competere con lo straripante Brasile e con la fortissima Polonia. Ora però siamo di nuovo una spanna sopra gli altri. O quanto meno, ce la giochiamo con chi lo è. Questa squadra è il frutto di tanti esordienti, addirittura 12 su 14, alcuni dei quali incredibilmente sono riserve nel loro club di appartenenza e colonne assolute della squadra di Fefé De Giorgi. Il caso bizzarro è quello di Juri Romanò, fenomenale schiacciatore, in grado di piazzare palle negli angoli più disparati, che nel dopo partita ha solennemente dichiarato: “Se questi sono i risultati, durante l’anno posso anche non giocare mai”. Questo successo ha indubbiamente il suo volto. Come quello di Alessandro Michieletto, altro “chirurgo” delle palle piazzate. Ma anche quello di Daniele Lavia, giocatore arcigno e di classe al tempo stesso. Senza dimenticare Simone Giannelli, miglior giocatore – da palleggiatore, come sottolinea Andrea Lucchetta – del torneo. Complimenti a tutti. Nei prossimi anni ci divertiremo.

Stelio Fergola

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