Roma, 31 ago – “Comunismo” vuol dire una questione precisa, a prescindere dal “sogno” di Gorbaciov. Differentemente dalla parola “socialismo”, che può essere declinata in vari modi e non necessariamente presuppone l’abolizione (totale o giù di lì) dell’economia privata. In tal senso, è improprio continuare a seguire le definizioni ufficiali della Repubblica Popolare Cinese, che continua ad auto-definirsi comunista mentre in realtà, negli ultimi 30 anni, è diventata qualcosa di molto diverso, simbologie e strutture partitiche a parte. Ebbene, Mikhail Gorbaciov, del comunismo, fu l’involontario carnefice. Animato dalla vana speranza di salvarne le sorti.

Il comunismo che Gorbaciov sognò di salvare

Certamente, nessuno negli anni Ottanta pensava che il comunismo sarebbe crollato nel giro di pochi anni. In molti, però, sapevano che il sistema fosse in qualche maniera condannato. Incapace di essere produttivo, e costretto a concentrare quel poco che generava in tal senso nel cosiddetto “complesso militare industriale” più volte approfondito nei volumi dello storico Andrea Graziosi. Tutto per proseguire nella competizione degli armamenti con gli Stati Uniti, anche se il sistema comunista (di tipo sovietico, per dirla alla maniera dello storico Viktor Zaslavskij, visto che ne sono esistite pochissime – e leggere – varianti, su tutte quella jugoslava) voleva dire una cosa precisa: controllo totale (o quasi) dell’economia da parte dello Stato, assenza di mercato basato su domanda e offerta, pianificazione centralizzata a sostituirlo. Denaro sostanzialmente “finto”, in quanto meramente carta contabile, incapace di funzionare per acquistare beni e servizi (d’altronde, è lo stesso Lenin che nei suoi scritti immagina e progetta una società “senza denaro e senza mercato”). Poi, per l’appunto, c’erano questioni non ufficiali: i mercati neri, lievi tolleranze del governo verso piccolissime forme di attività privata. Ma grosso modo, da quel modello non si scappava.

Differentemente dai cosiddetti socialismi arabi, per molti versi simili al modello socio-economico fascista, dove la proprietà e la libera iniziativa privata non erano in pericolo: semplicemente, venivano inquadrate in un’attività di governo che non veniva messa in discussione e che godeva di una certa predominanza in termini di potere reale, nel contesto di una fortissima presenza dello Stato nella sfera economica. E differentemente anche dalla Cina, sistema ancora diverso ma impossibile da sintetizzare in questa sede, che probabilmente deve la sua sopravvivenza come regime proprio al fatto di essersi trasformata, da Deng Xiaoping in poi, in qualcosa di diverso, ma senza mollare il monopolio del potere politico del partito, così da riuscire a “controllare” i cambiamenti in atto senza favorire uno sfaldamento. Gorbaciov, questo, non lo fece. Liberò non solo l’economia – in modo disordinato e imprudente – ma anche la politica. In un sistema che, con le crisi economiche mostruose (in termini di disoccupazione e povertà sopratutto) che stava subendo a causa del passaggio traumatico da un’economia pubblica ad un’altra mista, non avrebbe retto il colpo. E che ben presto, concesse le libertà economiche ma ancora più quelle democratiche, si sciolse come neve al sole, dagli affrancamenti dei Paesi satellite del Patto di Varsavia fino agli indipendentismi delle Repubbliche sovietiche nel tardo 1991.

Poteva esistere un comunismo “libero”?

È impossibile rispondere con certezza a questa domanda in termini scientifici, ma diciamo che possiamo ritenerlo quanto meno improbabile, per lo meno nell’era moderna e contemporanea. Ma siccome il comunismo nasce proprio da quell’era moderna e contemporanea, il paradosso è già servito. Lo Stato può e deve controllare una bella fetta dell’economia, non soltanto le imprese strategiche. Può controllare l’economia in competizione con il settore privato (perché senza competizione è impossibile essere produttivi), deve controllare l’economia non competitiva, fatta sostanzialmente di dipendenti di ordinaria amministrazione (dagli uffici pubblici, ai musei, ai beni culturali, le autostrade e i mezzi pubblici, eccetera).  Ma non può controllare “tutto”, o quasi tutto. Il mercato serve, semplicemente va regolato e irreggimentato, altrimenti non è possibile crescere. Esattamente come serve lo Stato, per sostenere l’occupazione e fare sì che la perdita del lavoro, sebbene non impossibile tout court, sia estremamente improbabile. Per una ragione molto semplice: gli statali possono garantire un bacino di consumo intoccabile che va a vantaggio anche delle imprese private: le quali, sebbene teoricamente più libere di licenziare, in quel caso ne hanno poca o nulla necessità.

Ebbene, il comunismo non poteva essere libero perché è impossibile frenare l’uomo moderno sulla libera iniziativa e sulle sue speranze individuali in toto. Azioni possibili solo con l’instaurazione di un potere totalitario (e quindi, non libero). È possibile, questo sì, impiantare un modello sociale basato primariamente sulla collettività: purché sussista una mediazione con le speranze individuali, la meritocrazia e la libera iniziativa, da inquadrare e indirizzare nell’ottica del superiore interesse della Nazione e – di conseguenza – della società tutta. Quella mediazione che al comunismo in nuce è sempre mancata.

Stelio Fergola

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