Il Primato Nazionale mensile in edicola

Roma, 28 mag – Eravamo abituati a chiamare l’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con il soprannome di “Re Giorgio”, descrivendo i caratteri molto invasivi che hanno caratterizzato il suo mandato, decisamente più ascrivibili a un monarca ottocentesco. Nessuno avrebbe mai pensato che con l’attuale presidente Sergio Mattarella le cose sarebbero andate anche peggio.
Lo stiamo osservando in queste settimane, con il faticoso percorso (ormai destinato a sfumare?) volto a portare alla formazione di un governo in seguito alle elezioni politiche del 4 marzo scorso. Non sembra ma, stando a quanto scritto nella Costituzione, siamo in una Repubblica parlamentare, il cui elemento fondante è dato dal rapporto di fiducia che si instaura fra Governo e Parlamento. Il parlamento, in particolare, costituisce l’unico potere che trova diretto riferimento nel popolo elettore, ed è sempre questo potere che ha (o meglio, dovrebbe avere) la prima e l’ultima parola nel far vivere e operare il potere esecutivo. In tutto ciò, il presidente della Repubblica ha un ruolo che spesso viene troppo facilmente definito di garanzia o, peggio ancora, di “custode della Costituzione”. In realtà ciò non corrisponde completamente al vero. È esatto affermare che il presidente ha ruoli di correzione o finanche di garanzia dello svolgimento dei sistema costituzionale, ma il suo ruolo è comunque quello di “puntello istituzionale”, non certo di protagonista e di influenzatore delle dinamiche politiche. Non a caso, esso viene eletto in seduta comune dal parlamento e la Costituzione gli affida dei poteri ben precisi e circoscritti (per quanto importantissimi) volti a figurarlo, in quanto “Capo dello Stato”, come rappresentante dell’Unità Nazionale (art. 87, comma 1, Cost.).
Il presidente ricopre sì un ruolo fondamentale nella procedura di formazione del governo: si badi, però, che anche in questo caso il suo ruolo è molto delicato ed è ascrivibile a un compito di “lettura” del voto popolare e della composizione delle camere e dei gruppi parlamentari in modo da capire quale possa essere la persona che possa avere, guidando un Governo, una fiducia e un apporto della maggioranza degli eletti (art. 92 Cost.). Nulla più oltre questa lettura “neutrale” della realtà politica.
Con il presidente Mattarella si è visto sicuramente qualcosa di molto più incisivo. Le sue difficoltà ad affidare a un esponente del cosiddetto “fronte sovranista” l’incarico di formare un governo sono date dall’esito imprevisto scaturito dal voto del 4 marzo; voto che si è svolto con una legge elettorale, il Rosatellum bis, che è stata approvata con la consapevolezza che Lega e Movimento Cinque Stelle prendessero tanti voti ma… non così tanti, o per lo meno non abbastanza da non permettere di governare alle forze di sistema, cioè Pd e Forza Italia. In seguito al voto il quadro politico è entrato in crisi e l’unica soluzione possibile, cioè un governo “giallo-verde”, manderebbe definitivamente tutto all’aria.
Così il presidente si è dapprima inventato un “governo neutrale”: si tratta della prima forzatura del dettato costituzionale. Invece di conferire l’incarico a un soggetto rappresentante di una delle due forze politiche vincenti, senza mai verificare (neanche una volta) la possibilità o meno di una fiducia effettiva delle camere (da noi elette e che stanno “aspettando” da quasi tre mesi), il Presidente aveva paventato la possibilità di un “governo neutrale” (in altre parole, un governo tecnico) in attesa del raggiungimento di un’intesa politica. Sarebbe stato un governo nato morto, perché all’obbligo di presentarsi entro dieci giorni dalla nomina alle camere (art. 94 Cost.), non sarebbe mai scaturita la fiducia di queste e avrebbe governato in prorogatio, delegittimato, come l’attuale esecutivo guidato da Gentiloni. Tutto stava procedendo in questo senso quando Salvini e Di Maio hanno deciso di scendere a patti per formare un governo politico. Al che Mattarella ha deciso di far saltare tutto ieri, costringendo l’incaricato Conte a rimettere il mandato perché il proposto ministro dell’Economia Paolo Savona sarebbe stato mal gradito all’Europa e ai mercati. Senza entrare nel merito della questione, che ratifica palesemente il fatto che l’Italia è una Repubblica ipotecata dal capitale internazionale, Mattarella ha forzato una seconda volta il dettato costituzionale che descrive i suoi poteri.
Stiamo dunque assistendo a continue forzature rispetto a quanto prescritto dalla Costituzione, la quale invece delinea un quadro dei poteri affidando a ognuno suoi compiti e responsabilità. Non sono certo questi a cui stiamo assistendo i poteri del presidente della Repubblica: il suo ruolo è definito a fisarmonica, perché tende ad allargarsi in periodi di crisi istituzionali. Ma nessuno avrebbe mai pensato che fosse il presidente stesso a impedire la formazione di un governo. Forse il mantice di questa fisarmonica si sta sfibrando.
Roberto De Micheli

La tua mail per essere sempre aggiornato

1 commento

Commenta