guns n roses concerto imolaImola, 11 giu – Il mondo del Rock ci ha abituati essenzialmente a due estremi nell’invecchiamento dei suoi principali esponenti: Mick Jagger (modello patto con il diavolo) ed Ozzy Osbourne (modello notte dei morti viventi). Tutti gli altri si situano più o meno in mezzo, come pendoli oscillanti fra questi due estremi. Con tutta probabilità i Guns N Roses, per come si sono esibiti ieri ad Imola, unica data italiana della loro storica reunion. E dire che ce l’hanno messa tutta gli organizzatori per rovinare lo spettacolo, a cominciare dalle imponenti quanto ridicole misure di sicurezza. Borchie alle braccia o sugli stivali vanno benissimo, ma la catenella del portafoglio assolutamente no. Puoi portarti dentro sigarette o toscani, ma non gli accendini. Va bene portarsi acqua dall’esterno, ma assolutamente senza tappo. E via delirando. Un consiglio a Minniti: il terrorismo non si previene rompendo i coglioni a chi senza ombra di dubbio terrorista non è, ma chiudendo le frontiere ed espellendo chiunque si trovi in posizione irregolare in Italia. Si faccia un appunto per la prossima volta.

Detto questo, appena entrati, ed anche solo seguendo le band di apertura (eccezionali Phil Campbell and the Bastard Sons, macchiette stile cugini di campagna i the Darkness), si intuisce al volo una cosa, anche per i profani: c’è qualcosa di inconsueto nell’aria. Inconsueto di questi tempi, in cui “concerto” implica politicamente corretto, orecchiette da gatto e ragazzine al limite del legale che sculettano al ritmo di basi elettroniche motivetti insulsi e ripetitivi. Questo però è il Rock N Roll allo stato puro, un Rock che purtroppo non esiste più se non in sporadiche band più giovani, a metà strada fra bellezza e presa per i fondelli. A partire dal tour stesso: “Not in this lifetime”, mai, in questa vita non è altro che la frase pronunciata nel 2012 da Axl all’ennesima domanda sulla possibilità di rivedere su un palco la formazione originale dei Guns N Roses. Anche prendersi in giro è di per se indice di giovinezza se non altro psicologica.


Ora, se fossimo dei critici dovremmo ripercorrere la scaletta dei pezzi titolo per titolo analizzando pregi e difetti. Ma, dato che la critica musicale ci sembra semplicemente un modo per dar da mangiare a chi ha sprecato i suoi anni migliori a studiare lettere moderne indirizzo giornalismo, ci limiteremo a tentare di razionalizzare l’esplosione di energia di ieri sera che ancora ci rimbomba nei timpani, concentrandoci solo sui momenti principali. Sono le 20.45 in punto, come da scaletta, quando Slash e Duff accompagnano l’entrata di Axl sulle note di “It’s so easy”. Sono ingrassati, sono invecchiati, hanno le rughe e mostrano decisamente i segni di qualche stravizio, ma che importa? Il Rock è sostanza, se uno vuole la forma si impunti sul culo di Ariana Grande e lasci agli adulti la musica per brutti, sporchi e cattivi. Caduta la forma fisica e gli inganni della bellezza, come rimane? Rimane il Rock N Roll.

“Welcome To The Jungle” porta al parossismo il pubblico, che in un raptus punkabbestia si lascia persino andare ad un accenno di pogo, e quindi di fratellanza nata fra perfetti sconosciuti che si prendono a spallate ma evitano le donne quasi istintivamente in un senso di protezione. Gli assoli di Slash, con l’immancabile cilindro nero e gli occhiali scuri fanno da contraltare perfetto alle movenze di Axl, meno sinuose certamente di una volta, magari a tratti persino impacciate, ma sincere e di cuore. Come la voce: è quella degli album che abbiamo ascoltato per 20 anni convinti che mai e poi mai saremmo riusciti a vederli di nuovo uniti, ed eccoci piacevolmente smentiti. C’è spazio anche per alcuni brani di “Chinese Democracy”, il mediocre album con il solo Axl senza i membri originali. Eccellente l’esibizione di Duff della cover dei Misfits “Attitude” e Slash si prende lunghi assoli, di cui uno (il tema de “Il padrino”) che sfocia su “Sweet child o’ mine”.

La parte migliore dell’esibizione è però stata quella che possiamo considerare “sentimentale”: le ballad come la lunghissima “November Rain”, introdotta al piano dalla coda di “Layla” dei Derek & The Dominos di Eric Clapton, la corale “Knockin’ on Heaven’s Door” con il pubblico che risponde al coro di Axl e la romantica “Don’t cry”. Si sono viste lacrime fra il pubblico, rockettari scafati e non più giovanissimi con gli occhi lucidi che abbracciavano i propri amici o ballavano con la propria donna, come adolescenti qualunque. È la potenza evocativa di un’epoca e della capacità di interpretarla da parte di una band. Ci spiace per la signora Gaga, ma nessuno avrà mai un nodo allo stomaco ascoltando le sue defecazioni verbali. “Black Hole Sun” rappresenta il tributo doveroso alla recente scomparsa di Chris Cornell, tributo persino coraggioso vista la differenza di timbro vocale rispetto ad Axl. “Paradise City” chiude in modo superbo il concerto, facendoci realmente immaginare di essere in quella città, e non in uno squallido autodromo riadattato. L’erba in effetti era verde, e le ragazze senza dubbio carine. Anche quelle piuttosto in là con gli anni. Perché è questo che differenzia i Guns N Roses, ed in generale il vecchio Rock dalle baldracche di cui parlavamo sopra: a questo concerto c’erano vecchi barbuti e giovini sbarbatelli; motociclisti fissati con Easy Rider e studentesse di medicina; terroni e polentoni. C’era persino un vecchio fascista che crede ancora nei suoi sogni e che ieri sera ha scoperto che lo slancio vitale del Rock non è ancora stato piegato dal politicamente corretto e dall’omologazione dei gusti. Fa specie che nessun ventenne sia in grado di raccogliere questa eredità, ma per ora ci va bene così.

I perbenisti storceranno il naso, ma queste manifestazioni di gioia collettiva sono sane. Cosa hanno in effetti in comune Bergoglio, Laura Boldrini, lo Stato Islamico, il Fatto Quotidiano e gli U2? Semplice: l’odio per la gioia, per la vita e per la sua esplosione irrazionalistica e vitalistica, incanalata verso obiettivi non controllabili. Grazie Axl, Grazie Slash, grazie Duffy. Avete bussato per noi alle porte del paradiso e ci avete raccontato cosa vi hanno risposto.

Matteo Rovatti

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  1. Colpito e affondato. In queste righe Rovatti spiega cos’ha provato un vecchio ribelle come me ieri sera ad Imola. I Guns sono stati la colonna sonora della mia gioventù e ieri, a 25 anni da Torino 92 ho ritrovato la stessa voglia di vita ribellione e goliardia che queste baldracche (mai appellativo fu più giusto)con nastrini culi e tette buoniste cercano di asfissiare. Bravi G’n’R la bellezza passa il cuore continua a battere e complimenti anche a noi pubblico,sconosciuti ma per una sera uniti dalla voglia di urlare a squarciagola che siamo ancora qui.

  2. “born a rocker die a rocker” oltre ad essere un motto, una strofa del brano “rockers” degli UK SUBS ed una T shirt indossata spesso dal cantante Charlie Harper….è anche -a mio criticabilissimo parere- una continuazione di quella energia iconoclasta già tratteggiata nel manifesto dei futuristi edito oltre centanni orsono:

    “La letteratura esaltò fino ad oggi l’immobilità pensosa, l’estasi ed il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno.”

    a proposito il ROCK non è affatto “de sinistra” soprattutto la sinistra 2.0 quella delle banche e dei burocrati stile UE…

    anzi,spesso può ricordare quella celebre quanto graffiante espressione di Umberto Bossi riferita ad un Presidente della Repubblica di qualche decennio fa:

    “con una scoreggia a quello gli sbianchiamo i capelli”…

    BORN A ROCKER DIE A ROCKER !

  3. Ottimo articolo. Non sono andato ma ero presente attraverso mia nipote medico, motociclista e sostenitrice di Casa Pound! Come diceva il grande Nei Young: Rock and Roll will never die!

  4. Il primo articolo scritto di cuore! Grazie per averlo scritto, è proprio così, è andata proprio così! Bravo Matteo Rovatti

  5. Caro Matteo
    non condivido le tue posizioni estreme. sono capitato sul tuo pezzo googolando.
    ma qui non si parla di politica. qui si parla di Rock and Roll. Sua Maestà.
    quando scrivi: “È la potenza evocativa di un’epoca e della capacità di interpretarla da parte di una band”
    Cazzo sei hai ragione, hai fatto centro!
    per noi nati negli anni 80, i Gun’s sono stati il riferimento. il motivo dei capelli lunghi, delle notti a cantare, delle camicie di flanella, dei tatuaggi (e chi osava ad inizio anni 90 quando eri ancora minorenne??)
    Hai scritto grandi cose, la critica + bella letta.
    un saluto
    Luca

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