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Terza puntata della nostra indagine sul liberalismo
Le puntate precedenti:

liberalismo ricardoRoma, 12 feb – Se esiste un modo empirico per valutare al primo impatto l’intelligenza di un interlocutore, probabilmente è quello di parlare di economia. Se in un qualsivoglia contesto egli pronuncia la parola “liberismo”, allora nel 99% dei casi è un sinistro radicale, di quelli cioè che sentono la necessità di distinguere il liberalismo economico (che sarebbe il male assoluto, appena dietro al fascismo ovviamente) dal liberalismo politico e culturale (che invece è una gran bella cosa). Ovviamente, il liberalismo è una ideologia di per se olistica esattamente come il suo fratellino marxista, che informa l’intera realtà sociale ad una visione del mondo ben precisa, che ovviamente coincide con quella dei ceti mercantili e finanziari che in Inghilterra si sono andati emancipandosi dal vecchio ordine feudale ed hanno plasmato il mondo intero a propria immagine e somiglianza.

La prima necessità di questa nuova classe dominante fu ovviamente quella di giustificare la propria stessa esistenza creandosi una dottrina che, guarda caso, finisse per stabilire che il loro mondo era il migliore possibile anche sotto il profilo economico, perché solo l’iniziativa privata dell’individuo isolato ed atomizzato porta alla massimizzazione del benessere per tutti. Checché se ne dica, il vero teorico del liberoscambismo non fu in effetti Adam Smith, che può essere considerato più che altro un filosofo morale, bensì David Ricardo, il vero artefice della dottrina che i britannici prima e gli americani poi hanno imposto al mondo, ovviamente guardandosi bene dall’applicarla essi stessi per primi. Con Ricardo inizia la sgradevole tendenza degli economisti di giustificare con una pseudo-matematica da ginnasiali ripetenti i propri puri e semplici pregiudizi moralistici. Tutta la dottrina ricardiana infatti può essere vista come una sorta di classismo moralista infarcito di antico testamento. La spiegazione che Ricardo dà in effetti della differente ricchezza individuale è disarmante nella sua stupidità: i poveri sono poveri perché spendono tutto, i ricchi sono ricchi perché risparmiano, astenendosi dalla soddisfazione immediata dei propri bisogni, per questo sono spiritualmente superiori ai poveri che sono praticamente delle bestie in forma umana. Tutto qui. L’analisi di Ricardo, e con essa dell’intera tradizione economica mainstream che, con gli aggiustamenti marginalisti intervenuti nella seconda metà dell’800, si studia ancora oggi nelle università è esclusivamente questo, cioè l’idea che esista veramente da qualche parte uno zio Paperone che a partire dal primo decino guadagnato lustrando scarpe ha poi risparmiato abbastanza da riempire un deposito di monete nutrendosi di pane raffermo ed acqua piovana. Ci sarebbe da ridere se non che questo osceno moralismo è quello di cui siamo imbevuti fino alle orecchie tutti i giorni.

Le implicazioni pratiche del ragionamento sono due, essenzialmente una sulla politica interna e l’altra su quella estera. All’interno Ricardo, che come tutti i liberali aveva una feticistica ossessione per la concorrenza, giustificava lo sfruttamento dei lavoratori ed i salari di sussistenza sulla base del fatto che ovviamente essi sono un mero costo per l’impresa, e come tutti i costi devono essere minimizzati. Ora, dato che la “libera concorrenza” secondo Ricardo porta al fatto che la merce è venduta in base al suo prezzo di produzione, coincidente con le spese: per l’affitto della terra, per l’acquisto e la manutenzione dei macchinari, per l’acquisto delle materie prime (tutti questi fattori si chiamano di solito spese fisse); e con i salari dei lavoratori (ovvero con le spese o fattori variabili). È nella natura delle spese legate ai salari il fatto di essere variabili, cioè non stabilite in modo univoco, poiché appunto il datore di lavoro può decidere quanto pagare gli operai, in base al principio del salario minimo o di sopravvivenza. Sono dunque tali spese, cioè i salari “decurtati” dei lavoratori dipendenti, a generare il profitto capitalistico: ovvero l’utile netto che fornisce al capitalista il valore economico necessario per l’investimento delle sue ricchezze personali nella crescita d’impresa, fattore necessario (in un regime di libera concorrenza) alla sua stessa sopravvivenza. Come sempre, si giustifica lo sfruttamento, ma esclusivamente per il “nostro bene”. Da notare una cosa: questo rigido classismo sarà ripreso pari da Marx, che però ovviamente ne cambierà il segno vedendolo (giustamente) come una questione inaccettabile. Ma è sul piano della politica estera il vero capolavoro di Ricardo, la cui intuizione fu la giustificazione dell’esistenza dell’impero britannico, quella cosa che oggi pudicamente chiamiamo “globalizzazione”. Anche le nazioni, come gli individui, si arricchiscono se sono “virtuose” il che vuol dire se si specializzano in quello che sanno fare meglio. Perché mai l’Italia dovrebbe sviluppare la propria industria? È uno spreco, e ce lo dicono autorevoli parassiti come Daverio e Farinetti. Molto meglio puntare sul turismo, sull’agroalimentare e sull’abbigliamento, e con i soldi ricavati potremo tranquillamente comprare all’estero quei prodotti ad alto valore aggiunto che non abbiamo. È un sistema perfetto ovviamente, ed ha anche il vantaggio di piacere agli ambientalisti perché così si evitano tutte quelle fabbriche che sporcano con le loro ciminiere. Piccolo particolare: l’indipendenza nazionale non viene contemplata in questa equazione.

Di fatto, l’Africa nera anche adesso applica quasi religiosamente i dettami di Ricardo: vende all’estero le sue materie prime (idrocarburi, uranio, oro, ecc…) ed incamera dollari o euro o altre valute straniere, con cui mantiene la sua classe media parassitaria, i cui rampolli appena ne hanno l’occasione vengono a rompere le scatole in Europa perché gli hanno detto che si può essere ancor più nullafacenti di quanto già non sono. Non pare un esempio esattamente allettante di modello sano di sviluppo.

Matteo Rovatti

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2 Commenti

  1. L’articolo sembra interrompersi bruscamente, cosa non gradita.
    Come non bastasse l’autore sembra ignorare la scuola di pensiero austriaca di economia.
    Piccola nota: l’individuo è il cuore pulsante dell’economia in qualsiasi tempo; non è lo Stato!
    Al massimo il compito dello Stato è quello di creare le infrastrutture (la dove mancano) e ridistribuire (non soffocando la popolazione che lo alimenta) la ricchezza; oltre da fare da “Padre” e difendere gli interessi collettivi e le libertà individuali.
    Certamente, l’individuo atomizzato non è come quello consapevole di appartenere ad una comunità di sangue, ma certamente è lui che crea la ricchezza.

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