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razzismo antibiancoRoma, 20 mag – Tutto iniziò qualche anno fa, con la retorica delle risorse. Vi pagheranno la pensione, dicevano. Vi pagheranno la sanità, aggiungevano. I nostri conti sono in rosso, loro, i migranti, sono risorse che salveranno la bilancia dello Stato. E la maggioranza silenziosa benpensante cedette facile, nonostante le spese sanitarie, nonostante la legge Fornero, nonostante mafia-capitale. In pochi diedero ascolto a chi, come il bimbo davanti al re già nudo, faceva i conti in tasca alla più grossa balla economica mai detta in un salotto televisivo.

Perché nessuno ebbe modo di credere alla matematica? Semplice. I progressisti, i liberal, i radical chic, insomma loro, già in quel discorso usavano un’argomentazione di pancia, antica, sentita ed in un certo senso culturalmente razzista: noi siamo vecchi, non figliamo. Loro sono giovani, popoli giovani, linfa nuova di cui abbiamo bisogno. Un ragionamento razziale, di tipo civilistico, degno del più chiaro Oswald Spengler, nascosto dal disincanto truffaldino del politicamente corretto. Primo italiano a parlare di razza nuova, a dare un salto di qualità in senso biologico, fu Eugenio Scalfari. Su Repubblica, in svariati editoriali, in un’epica intervista passata sottotraccia e condotta da Giovanni Floris a Di Martedì. Il grande vecchio del giornalismo liberal si spingeva in quell’occasione oltre ogni buon senso, argomentando apertamente di “superiorità della razza meticcia”: negli sport, nella resistenza, nell’intelligenza. Fu lui a sdoganare così, quell’ode al razzismo biologico in salsa globalista di cui oggi subiamo costante retorica antiscientifica, propagandata a tutto volume dalle più autorevoli fonti d’informazione.
Ultimi casi, le bufale del tutto irrazionali sul rafforzamento del sistema immunitario degli italiani grazie a misteriosi microbi africani; o lo stesso effetto positivo di irrobustimento del vigor fisico dei bambini locali cresciuti, sin dalla tenera età, in contesti interrazziali. Il tutto nonostante il riapparire di focolai epidemici di malattie da tempo debellate fra i confini nazionali.

Se tutto questo non avesse del tragico, si potrebbe discettare di comicità. Ma la questione merita un commento più serio: persino negli anni in cui la cultura irrazionalista di fine ottocento, inizi novecento, prendeva a martellate filosofiche il positivismo dominante, arrivando a studiare in modo biologico e scientifico la questione razziale, persino allora, il presupposto restava filosofico-culturale. Insomma, ci si chiedeva perché, per quale ragione storica, antropologica, sociologica, ed anche biologica i popoli europei e mediterranei avessero sviluppato, unici al mondo, un così elevato grado di civiltà umana. Se quello fu l’humus nel quale nacquero certe teorie prettamente scientiste di cui autori come Evola si fecero beffe, ecco, occorre sottolineare come quelle stesse teorie più che alla propaganda politico-economica del tempo, tendessero al raggiungimento di una risposta che la scienza ortodossa ignorava già all’epoca. Oggi osserviamo un processo mentale opposto, del tutto delirante: non vi è nessun quesito profondo, nessun dilemma culturale e civilistico legato alla realtà della vita dei popoli. Vi è solo la nascita di un razzismo biologico quale accessorio alla propaganda del progetto di ingegneria sociale chiamato globalizzazione. E non essendovi, alla base di esso, alcuna radice spirituale, alcun dilemma culturale, alcuna dialettica fra riflessione e realtà dei fatti, ma solo l’invenzione di balle atte a giustificare qualsiasi scelta, si legga ogni frase di propaganda sostitutiva con attenzione. Date le premesse, passare dalle parole ai fatti potrebbe risultare sin troppo facile per chi crea i fenomeni sostitutivi e legifera su di essi.

Giacomo Petrella

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