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Questo articolo, che illustra le origini liberali e democratiche del razzismo, è stato pubblicato sul Primato Nazionale di giugno 2018.

Secondo il pensiero dominante, il razzismo sarebbe un po’ il Totalmente Altro della nostra società, il male assoluto da combattere, l’alterità più remota rispetto alla democrazia liberale e ai diritti dell’uomo. Il tutto, ovviamente, senza sovrapposizioni o intersezioni: dove c’è democrazia non c’è razzismo e dove c’è razzismo non c’è democrazia. Peccato che i fatti ci raccontino una storia del tutto diversa.

Da Kant a Voltaire

Léon Poliakov, nel suo Il mito ariano, ha fatto notare che «un Buffon, un Voltaire, un Hume o un Kant, ciascuno a suo modo, preparano il terreno alle gerarchie razziali del secolo successivo», mentre per esempio uno dei maggiori storici del Novecento come George Lee Mosse ha affermato chiaramente: «Culla del razzismo moderno è stata l’Europa del XVIII secolo, le cui principali correnti culturali hanno avuto un’enorme influenza sulle fondamenta stesse del pensiero razzista. Questo fu il secolo dell’illuminismo, durante il quale un’élite intellettuale tentò di sostituire alle “vecchie superstizioni del passato” la valorizzazione della ragione e delle virtù innate dell’uomo».

Liberalismo e schiavitù

Domenico Losurdo, docente di Storia della filosofia all’Università di Urbino, di orientamento marxista, ha parlato dal canto suo di un «parto gemellare» fra «ascesa del liberalismo e diffusione della schiavitù-merce su base razziale». Scrive a tal proposito il pensatore comunista: «La schiavitù non è qualcosa che permanga nonostante il successo delle tre rivoluzioni liberali; al contrario, essa conosce il suo massimo sviluppo in seguito a tale successo […]. A contribuire in modo decisivo all’ascesa di questo istituto sinonimo di potere assoluto dell’uomo sull’uomo è il mondo liberale». L’apologia della libertà che si riscontra nella retorica di tali correnti di pensiero fa anzi riferimento a una «comunità dei liberi» che, per esistere e per definirsi, ha bisogno di creare attorno a sé e sotto a sé un mondo di uomini-cose, assoggettati su base razziale e in virtù della presunta superiorità di un modello etno-culturale su tutti gli altri.

Da Locke a Roosevelt

Le testimonianze relative a questa storia «impura» dell’illuminismo liberale non mancano: «Ogni uomo libero della Carolina deve avere assoluto potere e autorità sui suoi schiavi negri qualunque sia la loro opinione e religione», scrive John Locke nella Costituzione fondamentale della Carolina. «Il brasiliano è un animale che non ha ancora raggiunto la maturazione della propria specie», gli fa eco Voltaire. «Sospetto i negri e in generale le altre specie umane di essere naturalmente inferiori alla razza bianca. Non vi sono mai state nazioni civilizzate di un altro colore che il colore bianco. Né individuo celebre per le sue azioni o per la sua capacità di riflessione», chiosa David Hume.

Il filosofo scozzese David Hume (1711-1776)

John Stuart Mill, in un saggio non ironicamente intitolato Sulla libertà, scrive: «Su se stesso, sulla sua mente e sul suo corpo, l’individuo è sovrano. È forse superfluo aggiungere che questa dottrina vale solo per esseri umani nella pienezza delle loro facoltà. Non stiamo parlando di bambini o di giovani che sono per legge ancora minori d’età […]. Per la stessa ragione, possiamo tralasciare quelle società arretrate in cui la razza stessa può essere considerata minorenne […]. Il dispotismo è una forma legittima di governo quando si ha a che fare con barbari, purché il fine sia il loro progresso e i mezzi vengano giustificati dal suo reale conseguimento». Theodore Roosevelt, ventiseiesimo presidente degli Stati Uniti d’America, nel 1913 dichiara: «Un giorno noi tutti realizzeremo che il primo dovere di ogni buon cittadino, uomo o donna, di giusta razza, è quello di lasciare la propria stirpe dopo di sé nel mondo; e che, nello stesso tempo, non è di alcun vantaggio consentire una simile perpetuazione di cittadini di razza sbagliata».

Razzismo in America e Israele

Di fatto, lo stesso razzismo, ma anche l’eugenetica e in generale tutta quella che possiamo chiamare «biopolitica», fa parte di una serie di tematiche che, tra Ottocento e Novecento, finiscono per imporsi nelle agende politiche di tutti i regimi. La risposta che a esse hanno dato gli stati democratici e liberali non brilla certamente per particolare umanità, tolleranza e anelito all’eguaglianza. Del resto, la più grande democrazia liberale del mondo ha attuato una politica di segregazione razziale (sancita dalle famose leggi Jim Crow) rimaste in vigore fino al 1965, ovvero 20 anni dopo la fine dei fascismi.

Un’eco di quell’epoca si ha del resto ancora nell’America attuale, non solo per quel che riguarda i disordini razziali, la neo-ghettizzazione tribale, il dramma di una popolazione carceraria in nettissima parte non Wasp, ma anche da un punto di vista strettamente legislativo: in Alabama l’articolo della Costituzione che prevede scuole separate per bianchi e neri è tuttora in vigore (sia pur non applicato dal 1960) e un tentativo di abrogarlo tramite referendum è fallito il 6 novembre del 2012, quando il 60,67% dei cittadini ha respinto la modifica. Del resto il XIII emendamento alla Costituzione federale, quello che abolisce la schiavitù, è stato ratificato dal Delaware nel 1901, dal Kentucky nel 1976 e dal Mississippi nel 1995, con in più la sorpresa che quest’ultima decisione non è mai stata ufficializzata sino ai primi mesi del 2013.

Protesta negli Stati Uniti contro il «miscuglio razziale», definito sui cartelli come «comunista»

La discriminazione razziale è altresì la prassi nella cosiddetta «unica democrazia del Medio Oriente» dove, oltre alla pressione poliziesco-militare sul gruppo etnoreligioso dominato, è a fondamento dello Stato stesso una legge che è l’esatto contrario dello ius soli. Parliamo della cosiddetta «legge del ritorno», che garantisce la cittadinanza israeliana ad ogni persona di discendenza ebraica del mondo. Recentemente, poi, Israele si è formalmente definito «lo Stato del popolo ebraico», creando un legame indissolubile tra le istituzioni e il gruppo etnico fondatore, senza che ciò sia consentito ad alcun altro Stato del mondo.

Da Marx al «Che»

Anche la storia del comunismo non è immune da simili fermenti: basti pensare ad alcune dichiarazioni sprezzanti di Karl Marx verso gli ebrei, gruppo al quale peraltro egli apparteneva, o ad altri di Friedrich Engels contro slavi e ungheresi. Il trattamento draconiano di alcune minoranze etniche sotto l’Urss, il feroce etnocentrismo dei regimi rossi del Sudest asiatico, il caso di una mostra cinese che ancora nel 2017 proponeva scatti che paragonavano gli africani a degli animali, sono noti. E che cos’era, in fin dei conti, la sanguinaria campagna anti-italiana condotta sul confine orientale al termine dell’ultima guerra se non una forma di pulizia etnica volta a sradicare un popolo da una terra su basi essenzialmente razziali?

Karl Marx (destra) e Friedrich Engels (sinistra)

Sarà poi utile ricordare che, quando a Cuba prese il potere il figlio di un latifondista di origine spagnola, Fidel Castro, fu per spodestare Fulgencio Batista, che è stato l’unico capo di Stato della storia cubana ad avere sangue africano, oltre che cinese e indio. E in tutto il movimento anti-batistiano c’è sempre stata una componente di disprezzo razziale per il «negro» al potere. Verso i neri, del resto, Ernesto «Che» Guevara ebbe parole di critica generalizzata e radicale. Ma, per il razzismo come per tutto il resto, c’è sempre chi può e chi invece non può.

Giorgio Nigra