Roma, 5 set – Il giallofucsia. Una tragedia, ma non seria. Com’era prevedibile, la tonalità giallofucsia ha preso il sopravvento. Tutto portava celermente in quella direzione. I mercati scalpitanti brindavano, il cerchio magico degli euroinomani si spendeva in sperticati elogi di incoraggiamento (da Oettinger a Juncker, fino a Moscovici). Perfino il presidente Trump celebrava Conte, che nel frattempo, da “avvocato del popolo”, già aveva assunto la nuova veste di avvocato dei mercati speculativi. Tutto era già deciso, insomma. Ogni volta che apriva bocca Conte, lo spread gongolava. Ogni volta che prendeva la parola Di Maio, i mercati si imbronciavano.

Conte a metà strada tra Monti e Tsipras

Il disegno era adamantino: governo giallofucsia, con centralissimo ruolo di Conte, l’avvocato a metà strada tra Mario Monti e Tsipras. Di Monti, ha, com’è evidente, il piglio professorale del tecnico, di colui che per conto delle giunte militari economiche straniere deve garantire che gli interessi dei mercati siano rispettati nel Belpaese. Di Tsipras, ha, invece, la missione: portare a Bruxelles lo scalpo del popolo italiano, dopo averne ottenuto fiducia e consenso.

Come già altra volta ho avuto modo di scrivere, la missione è ora compiuta: l’élite globalista si è ripresa l’Italia. L’ha fatto dopo la parentesi gialloverde. Comunque si voglia giudicare quest’ultima, è in ogni caso chiaro che essa è stata invisa ai padroni del vapore. Che in ogni guisa hanno provato a rovesciarla. E alla fine vi sono riusciti, grazie anche a una sorta di sindrome di Stoccolma sia di Salvini, sia di Di Maio: il primo ha staccato inopportunamente la spina, e il secondo ha fatto di tutto per impedire che essa potesse essere variamente ricollegata.

La farsa di Rousseau

La vicenda della piattaforma Rousseau è essa stessa emblematica. Emblematica di un’intera epoca, vorrei dire. La piattaforma è stata consultata quando di fatto il governo giallofucsia era già stato deciso. Di più, la piattaforma Rousseau non poteva – pensateci bene – dare esito differente rispetto al “sì” plebiscitario. Se avesse vinto il no, cosa sarebbe successo? Avrebbero bloccato gli accordi già, de facto, presi? Quanto accaduto è l’emblema, dicevo, di un’epoca in cui ormai la democrazia, anche nella sua valenza più elementare di diritto del demos a scegliere i proprio rappresentanti, è decisamente mal sopportata dall’ordine vigente e dai signori del competitivismo no border.

E i pareri del demos contano se e solo se democraticamente esprimono ciò che l’élite ha già autocraticamente deciso nei propri consigli di amministrazione. Si veda il caso Brexit, tra gli altri. Quanto al giallofucsia, lo ripeto: sarà il governo dell’élite per l’élite, il governo del “più Europa” e “più globalismo”, “più porti aperti” e “meno ingerenze statali”. Se dovessi trovare una formula con cui cristallizzare il senso complessivo del nascente governo giallofucsia, la rinverrei nel punto primo del programma dell’accordo imposto da Zingaretti ai 5 Stelle: “lealtà all’Unione Europea”. È un programma, peraltro chiarissimo e al di là di ogni ragionevole dubbio.

Diego Fusaro

1 commento

  1. Se non ricordo male , già negli ormai “storici” anni ’60 o ’70, Flaiano disse :
    in Italia la situazione è grave , ma non è seria …..
    Nihil sub sole novi .

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