Roma, 16 gen – Il polo nord magnetico si sta spostando a grandissima velocità. In realtà il fatto che si sposti non è una gran notizia, solo nel XX secolo ha percorso più di mille chilometri. Ma la velocità con cui lo sta facendo negli ultimi anni, tanto da sembrare “instabile”, sta se non preoccupando per lo meno stupendo gli scienziati. Se quasi 100 anni fa il polo magnetico aveva una media di 9 km percorsi all’anno, è arrivato ora a superare i 60 km all’anno, quando dieci anni fa ne percorreva circa 40. Come dicevamo lo spostamento del polo nord magnetico è abbastanza naturale. Mentre il polo nord geografico, ovvero l’immaginario punto nord dell’asse di rotazione terrestre, è fisso – in realtà ha una piccola oscillazione dovuta alla forma irregolare della terra, ma parliamo di un movimento a trottola di pochi metri – quello magnetico varia a causa della natura stessa del pianeta e del suo campo magnetico.

Per spiegarne brevemente la natura, il campo magnetico terrestre è dovuto al movimento del metallo all’interno di nucleo e mantello terrestre. Secondo il modello della dinamo ad auto eccitazione, se un disco di metallo viene fatto ruotare all’interno di un campo magnetico perpendicolare ad esso, nel disco viene indotta una corrente elettrica. Facendo circolare quest’ultima in una bobina con asse uguale a quello di rotazione, si genera un secondo campo magnetico che va a sommarsi al precedente in un processo di rafforzamento reciproco. In questo modello, la bobina sarebbe formata dal nucleo di ferro terrestre intorno a cui ruota il metallo fuso del mantello e il campo magnetico iniziale che avrebbe eccitato il tutto potrebbe essere quello solare. Il polo nord magnetico è quel punto in cui le linee di flusso del campo magnetico sono perpendicolari al suolo (per chi fosse a digiuno di fisica ed elettromagnetismo l’immagine del campo è assolutamente chiarificatrice) e fondamentalmente è il punto a cui puntano le bussole magnetiche.


Un cambiamento troppo repentino del campo può avere molti effetti che vanno al di là del puntamento delle bussole. Già il problema riscontrato del ritrovamento molte balene spiaggiate è stato associato al cambiamento del campo – i cetacei come gli uccelli hanno una sorta di bussola incorporata che li fa orientare proprio grazie al campo magnetico terrestre – ma soprattutto esso forma la magnetosfera che contribuisce a proteggerci dalle particelle cariche dei venti solari. È ovvio quindi che una instabilità del campo non possa essere del tutto piacevole. Secondo gli scienziati tutto ciò sarebbe dovuto alle anomalie di ferro fuso che si trova all’interno del nucleo. E questo sta portando al progressivo spostamento del polo magnetico da un punto poco distante dall’isola canadese di Ellef Ringnes a un punto al largo della Siberia che potrebbe essere addirittura raggiunta entro i prossimi 50 anni.

Ovviamente non manca chi in questo cerca un “segno dei tempi” o un significato metafisico che si cela dietro al fatto materiale. C’è chi ipotizza una inversione dei poli come evento di passaggio di un’era e di fine di un ciclo cosmico, con le profezie dell’Età dell’Acquario che si mescolano con quelle della fine del Kali Yuga. Ma qui ci si scontra con gli scienziati che sono molto cauti sia nel prevedere una ipotetica inversione che a datarne l’ultima occorrenza. E soprattutto si deve fare i conti con il difficile destreggiarsi tra pseudo-scienza, con teorie spesso strampalate, e accademia scientifica che spesso rifiuta a prescindere teorie che possono rivelarsi invece interessanti. Capire quindi cosa di vero possa esserci è sempre più difficile. C’è anche chi raccoglie con entusiasmo un passaggio del polo dagli Usa alla Russia, in una sorta di messianismo sulla Terza Roma di Putin che salverà il mondo dalla perfida America globalizzatrice. Dimenticandosi che un rimpallo del centro tra Usa e Russia non fa altro che trattenere l’Europa in una morsa che ricalca quella che la vide uscire sconfitta proprio da queste due potenze nel 1945.

Ma se proprio un “segno” metafisico lo si vuole trovare è tutt’altro che positivo. L’instabilità del polo che fa appunto “perdere la bussola” lascia in balia del mare, dei naufragi, delle tempeste. Fa perdere insomma la rotta, la direzione, fa mancare quella luce rischiarante che guida verso il compimento del proprio destino contro le forze disperdenti del caos che vorrebbero farci naufragare negli abissi – ed è interessante notare come di recente sia stato rilevato un picco elettromagnetico del campo proprio nelle profondità oceaniche, cosa che potrebbe far esultare i cultori dei miti lovecraftiani. E il fatto che questo derivi da una anomalia del nucleo e quindi da una instabilità del Centro è un altro segno chiaro. Mantenersi saldi al Centro come un Asse che non vacilla, insomma, è sempre più difficile, proprio perché il concetto stesso di “Asse che non vacilla” sembra venire a mancare anche nella sua manifestazione materiale.

Cosa fare allora se il Centro non è stabile e l’Asse vacilla? Non resta che un esempio: Enea. Colui che vede Minerva, proprio quella luce che rischiara e illumina il cammino dell’Eroe, scagliarsi contro la sua città segnandone il destino, che vede Nettuno e la forza degli abissi far naufragare la stabilità della rocca, che vede Giunone nella sua veste di matriarca nemica della virilità guerriera giurargli guerra e sbarrargli il cammino. Enea quando vede il suo Centro crollare e disperdersi decide di interiorizzarlo, di portarlo con sé. Il viaggio di Enea che porta con sé il Fuoco Sacro e i Penati per salvarli dalla caduta e dalla distruzione è un ritorno all’Origine, quella “sorgente delle energie fondatrici che non è il passato ma che precede il passato stesso e che ritorna sempre con forme diverse” come l’ha magistralmente definita Dominique Venner, quell’Origine a cui il Centro e l’Asse ricollegano direttamente. Ma se centro e asse vengono meno, vanno rifondati.

Occorre ricollegarsi direttamente all’Origine che è il Centro Polare spirituale e immutabile che irradia tutto e a cui tutti i centri manifesti di ricollegano (Apollo Iperboreo, colui che indica il luogo di approdo di Enea), affidarsi a quella forza di coesione che proprio al Centro mantiene uniti e che ad esso spinge (Amor, Venere) per poter riaccendere un Fuoco Sacro che sia la nuova manifestazione del Centro (Vesta) e affermare eroicamente (Marte) il proprio destino di Vittoria (Giove). Questo è il senso del viaggio di ritorno e di fondazione di Enea. Questo è l’esempio da seguire quando il Centro va alla deriva. E non ci possiamo quindi stupire più di tanto se gli araldi dell’abbattimento dell’Asse vogliano profanarne il ruolo facendone un “profugo turco” o peggio un “rifugiato richiedente asilo”, ovvero trasformarlo da colui che riafferma l’Origine riaccendendo il Fuoco Sacro nel Centro al simbolo stesso del naufragio, della vittoria delle furie abissali che sommergono le identità e dell’assenza di un polo a cui rivolgersi nella tempesta.

Carlomanno Adinolfi

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