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UrssRoma, 27 dic – Se un’idea va giudicata in base a quanti si dichiarano disposti difenderla a costo della propria stessa vita, il giudizio da tirare sul comunismo appare desolante. Quando, 25 anni anni fa, il 26 dicembre 1991, il Soviet Supremo scioglieva formalmente l’Urss, non c’era nessuno, in tutta Europa, che fosse disposto a sparare o a beccarsi mezza pallottola per difendere ciò che restava di quella rivoluzione. Nell’agosto di quell’anno c’era stato, è vero, un tentativo di colpo di stato guidato da alcuni membri del partito e dell’esercito per tentare di frenare la smobilitazione voluta da Gorbaciov, ma si trattò di un’azione goffa, verticistica, senza la minima base popolare e che ebbe come unico risultato l’accelerazione della dinamica che si voleva contrastare, a cominciare dal “lancio” della figura di Boris Eltsin, il Badoglio russo.

UrssPer il resto, la liquidazione avvenne in un clima di stanchezza e insofferenza. I popoli liberati dal giogo comunista cominciarono ad affollare supermercati e sexy shop, dimostrando quanto si sbagliasse la propaganda conservatrice a fare del liberalismo l’anticamera del comunismo: era accaduto esattamente l’opposto, il comunismo aveva preparato il terreno per la più completa decadenza capitalista. Falliva così nell’ignominia una rivoluzione scoppiata 74 anni prima e che era stata comunque un evento grandioso, un tornante decisivo della storia. Falliva senza gloria: una lagna, non uno schianto. Tutto quello che è venuto dopo il 1991, a sinistra, è stato solo psicodramma e sprofondamento: il comunismo aveva insegnato il primato dell’oggettivo sul soggettivo e scivolava nei narcisismi viziati di un’intellighenzia capricciosa e infantile, aveva voluto farsi portabandiera degli interessi delle masse dei lavoratori e si ritrovava a fianco di ogni possibile e inutile minoranza, aveva eletto gli ultimi a proprio interlocutore privilegiato e pian piano si ritrovava a farsi megafono dell’odio classista del ceto semicolto contro buzzurri, bifolchi e ignoranti.

L’Urss cadeva inoltre senza aver mai sparato un colpo contro il principale stato capitalistico del mondo, al fianco del quale aveva anzi condotto una guerra mondiale e con il quale si era spartito il mondo al termine di essa. Quanto al bilancio “criminale”, l’Urss tramontava avendo messo in curriculum tutte le malefatte attribuite agli avversari (uccisioni di massa, campi di sterminio, torture, terrore, odio razziale) più alcune di cui si era accaparrata il monopolio (odio di classe, stupro come arma di guerra, psichiatrizzazione della dissidenza). Nonostante questo, il giudizio negativo che dopo la caduta del comunismo si è abbattuto su di esso ha conservato tratti bonari, si è inteso salvare la “buona intenzione” dagli “esiti nefasti” e di fatto tutta la dinamica è stata orchestrata dall’interno della sinistra stessa per riposizionarsi rispetto al trionfo del libero mercato (vedasi il caso Libro nero del comunismo). Recentemente sono stati persino pubblicati in tutta tranquillità per case editrici mainstream testi volti a farla finita con la “leggenda nera” su Josif Stalin. Il che, beninteso, è del tutto legittimo: non si può essere revisionisti a corrente alternata e tutto deve poter essere rimesso in discussione nel libero dibattito storico. Resta tuttavia il dato di fatto di un’impossibile operazione analoga da parte opposta.

Il comunismo resta il “parente scemo” del liberalcapitalismo a guida americana, quello da nascondere durante le cene eleganti, ma comunque parte della famiglia: stesso dna, stessa razza. “È non essendo americani oggi, che non saremo russi domani”, diceva Jean Cau, in piena Guerra Fredda. Ma vale anche l’opposto: solo chi non è stato filo-Urss ieri può essere oggi, in totale coerenza e buona coscienza, ostile al dominio planetario di quelli che dell’Urss sono stati finanziatori, commilitoni e collaboratori.

Adriano Scianca

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