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Roma, 2 lug – Conosciamo tutti la parola Anima e se già per gli stessi greci era complicato “delimitarla” in una definizione netta, la nostra traduzione italiana rende ancora più inafferrabile tale parola-concetto; sappiamo derivi dal latino ănĭma cioè “vento, aria, soffio, respiro, soffio di vita”. Ănĭma è il femminile di ănĭmus il quale a sua volta significa “anima” (come ciò che è a parte dal corpo), stato d’animo, carattere, indole, modo di pensare, pensiero, mente. Tutti i termini, compresi quelli non riportati ma presenti su qualsiasi dizionario di latino, ruotano intorno all’idea di qualcosa che appunto “anima” il corpo e senza il quale esso sarebbe soltanto un contenitore vuoto. Si sappia che anche i termini “pensiero” e “mente” non vanno intesi come ragionamento o “mi faccio una bella pensata” ma piuttosto, come per gli antichi, con la denkform, la “forma del pensiero” che è il mezzo con cui ci è permesso di conoscere il mondo: che la mente di cui si parla è una “Mente operativa” cioè occhi con cui osare di vedere l’invisibile, denkform che non risiede nel cervello.

Per i greci è ἄνεμος (ánemos) cioè “vento” anche qui come soffio che muove oggetti che senza moto proprio sarebbero fermi. Sublimando, si ha infine ψυχή (psychi) che viene ancora tradotto con “fiato, respiro” nel senso di “segno di vita”, forza vitale, forza che anima. Notiamo come il verbo “spirare” significhi alternativamente “soffiare” quando di forma transitiva e “morire” quando di forma intransitiva. Osservando la lettera psi ψ sembra scomponibile in due elementi: un asse | ed una U che assomiglia ad una coppa o ad un contenitore. Suggeriamo l’idea di psychi come quel “soffio” che “anima”, cioè che rende vivo, soffio-invisibile-ma-percettibile, un quid come “alito di vita” che attraversa un contenitore (il corpo) che altrimenti sarebbe vuoto, inanimato e quindi morto.

L’asse | viene associato al simbolo del fuoco, caldo alito di vita che scalda il corpo. Ci sono però due tipi di fuochi: c’è un fuoco primordiale che esiste per il fatto stesso di esser nati, una forza primitiva come brama di vita, vita che non vuol morire e che si vuole conservare, un incessante ardere, brama che avvampa e che possiede l’uomo, fuoco che arde di divenire, di numero di esperienze, di egoismo ed egocentrismo, appagamento senza soddisfazione che illude d’esser vivi, di attivismo spasmodico, fluire caotico senza riposo. Sono fuochi subpersonali e “lunatici” (ƒ è U ruotato) che riempiono il corpo di luce e calore di basso livello. È vedere la gente intorno e realizzare il loro inesauribile andare. C’è poi un fuoco “solare” (Q) centrale, costante e stabile. È un fuoco dominatore degli elementi e delle trasformazioni, principio che dà la forma, fuoco che arde senza divorare, esente da ogni elemento istintivo, scaturente dalla superiorità e fissità di un centro solare sebbene anche vincolato dalla materia in cui si esprime[1]. In definitiva l’interpretazione che diamo di ψ è proprio il soffio di vita che pervade il corpo, animandolo. Il corpo vivente è poi l’espressione visibile di tutto ciò. Di passaggio notiamo che la psi greca Ψ molto somiglia alla algiz runica z che simboleggia l’albero vivo con le sue fronde, l’uomo con le mani protese al cielo in posizione eretta, animato da una tensione verso l’alto. Vera Vita.

Tornando brevemente sugli opposti significati di “spirare” al transitivo o intransitivo facciamo notare che nella divinazione con le rune la presenza di algiz dritta o girata ha due valenze appunto contrarie –di vita nel primo caso e di morte nel secondo. Solo la stupidità della cultura sovvertita poteva adottare per simbolo della pace la runa della vita… al contrario! Psi è poi la radice della parola psicologia, scienza che si ripropone di conoscere i processi subcoscienti dell’uomo che lo spingono ad agire in un certo modo, che ne sia consapevole oppure no; questa scienza avrebbe tutto sommato le carte in regola per potersi elevare a qualcosa di più se si ponesse dal punto di vista “interiore” mostrando i meccanismi presenti nell’uomo come l’azione di forze che si fronteggiano continuamente sul campo di battaglia dell’interiorità, pronte a contendersi lo stato d’animo e che uno dopo l’altro si susseguono incontrollate ad insaputa dello stesso uomo che risulta così essere oggetto passivo dei suoi stessi meccanismi personali o collettivi. È una guerra che si eleverebbe a grande guerra santa qualora alle forze in campo si aggiungesse quel principio Sole dominatore, capace di battersi in un bellum justum e avvincere le diverse forze in campo per donare la pax.

Elevando il discorso a quel più grande organismo che è lo Stato abbiamo che un popolo privato del “soffio che anima” è un corpo sociale morto: il nostro popolo viene affamato e reso esanime e quindi svuotato di ogni tensione ardente e di ogni soffio vitale, suicidandosi o sopravvivendo “alla giornata”. Non ci sono veri fuochi accesi ma solo fiamme che avvampano qua e là sulla spinta emozionale, pronti ad accendersi e subito spegnersi senza dare vera luce né calore. Non c’è governo che negli ultimi 80 anni abbia mostrato la capacità di poter accendere il fuoco della Nazione ad una più alta tensione di cui riempire sé stesso e i suoi cittadini, vivere, sacrificarsi e morire –quello “spirare” che, solo così essendo, sarebbe in realtà un nuovo “fecondare” come fuoco che accende fuoco e non si esaurisce nel singolo. Eppure l’ultima tornata elettorale mostra come in varie parti d’Italia un nuovo fuoco, costante quanto inesorabile, stia tornando a donare un barlume di luce e di speranza, di vita…

Ognuno di noi è il vaso vuoto e tutti noi siamo i corpi “animati” da qualcosa, e ci uniamo nel popolo: la battaglia che stiamo combattendo quotidianamente è la battaglia dell’anima, del soffio di vita, del fuoco che nutre, che anima e vivifica tutto, che rende uomini questo o quest’altro. È una battaglia che si svolge sulla cresta di montagna su cui è impressa la domanda cruciale: “Tu che fuoco sei”?

Marzio Boni

[1] “La Tradizione Ermetica”, J. Evola.

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