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Come la natura ci fa rifiutare l’invasione: l’imperativo territoriale è genetico

by Adriano Scianca
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territorialità copyRoma, 22 feb – Siamo davvero sicuri che la scelta delle porte aperte e dell’abolizione delle frontiere rappresenti la scelta più saggia che abbiamo a disposizione? Etologi e sociologi sembrerebbero non essere d’accordo. Esiste, infatti, un “imperativo territoriale” che, ovviamente, negli uomini si manifesta in maniera più plastica che non negli animali, ma che non è comprimibile all’infinito. In etologia, il territorio è la porzione di spazio di cui un animale tende ad appropriarsi per trarne beneficio sul piano della nutrizione e della riproduzione, difendendola dall’intrusione concorrenziale di altri individui della stessa specie. Studiando il fenomeno dell’aggressività infra-specifica, l’etologo premio Nobel Konrad Lorenz ha scoperto che essa cresce nella misura in cui un animale è più vicino a casa sua. «Se quindi si conoscono, presso esseri territoriali, come per esempio presso un codirosso davanti a casa o presso gli spinarelli in acquario, i centri territoriali di due che hanno appena incominciato ad azzuffarsi, si può predire con certezza, giudicando dal luogo dello scontro, chi vincerà: vincerà, ceteris paribus, quello che in quel momento sarà in qualche modo più vicino a casa sua».

Chi combatte per difendere il proprio territorio ha più forza, più rabbia e più convinzione. Evidentemente, a livello istintuale, agisce in lui la convinzione di star difendendo qualcosa di importante, ma anche la sicurezza di sé che deriva dal sentirsi “a casa”, protetto e rassicurato da un ambiente familiare. Ora, cosa ha a che fare tutto ciò con l’uomo? L’obbiettivo “scandaloso” dell’etologia novecentesca è stato appunto questo: quello di trovare l’animale che è nell’uomo, l’impulso primordiale che si fa valere anche in noi, in ciò che abbiamo di “naturale”, e che fa inevitabilmente pressione sul “culturale”. La presenza di un imperativo territoriale nell’uomo è esattamente una di quelle verità che oggi è stata rimossa, per far posto a una visione sradicata e non localizzata dell’uomo, della sua natura e della sua cultura. E proprio The Territorial Imperative è il titolo di un saggio di Robert Ardrey che qualche decennio fa scatenò una serie di polemiche. Secondo lo studioso, nelle specie animali la territorialità «è una forza forse più antica del sesso». E l’uomo, checché ne pensi l’antropologia viziata da pregiudizi illuministi, non fa eccezione: «L’uomo è animale territoriale quanto un tordo ripetitore che canta in una chiara notte californiana. Il nostro comportamento di oggi deriva dal nostro passato evolutivo […]. Quando ognuno di noi difende con tenacia l’appartenenza alla sua terra o la sovranità del proprio paese, lo fa per motivi non meno innati, non meno inestirpabili, non diversi, insomma, dalle più basse specie di animali». C’è quindi una ragione ancestrale, profondissima, del tutto precedente a qualsiasi ideologia e opinione politica se ciascuno di noi non si rassegna con docilità all’invasione della propria terra. «Io ritengo che esso [l’imperativo territoriale – ndr] sia una forza che modella le nostre vite in una infìnità di modi diversi, minacciando la nostra esistenza nella misura in cui noi non riusciamo a comprenderlo». Si tratta di un qualcosa di cui non si può semplicemente far finta che non esista: «La natura territoriale dell’uomo è genetica e non suscettibile di sradicamento».

Ma c’è di più: non solo ciascuno di noi ha un senso della territorialità che è innato, ma il modo stesso in cui articoliamo il nostro rapporto con lo spazio è culturalmente condizionato. Di questo aspetto si è occupato un altro studioso, l’antropologo statunitense Edward T. Hall, l’inventore della “prossemica”, ovvero la scienza che studia l’uso umano dello spazio. Hall si dice convinto che «persone di culture diverse non solo parlino lingue diverse, ma inoltre, cosa più importante, abitino differenti mondi sensoriali». L’idea che esista uno spazio “neutro”, che ogni uomo percepisce allo stesso modo, non ha corrispondenze con la realtà, dove ogni cultura costruisce il suo spazio e, di conseguenza, il suo modo di stabilire relazioni umane al suo interno. I conflitti che possono nascere quando popoli e culture si sovrappongono disordinatamente in contesti “multirazziali” sono ovvi: «Gli schemi prossemici – spiega ancora Hall – evidenziano in forte contrasto alcune delle differenze fondamentali fra i popoli, differenze che non si possono ignorare, sotto pena di gravi pericoli. […] Il rischio di forzare intere popolazioni entro stampi a loro inadatti è veramente grave». Spiega Hall, con il linguaggio naif degli anni ’60 che oggi gli costerebbe l’esclusione dalla comunità scientifica: «Negli Stati Uniti i negri delle classi inferiori, trasferendosi massicciamente in città, pongono problemi peculiari e difficili, che dovremo essere in grado di risolvere, se non vogliamo trovarci in situazioni urbane insopportabili e disastrose. Si trascura spesso il fatto che i negri delle classi inferiori e i bianchi del ceto medio hanno due mondi culturali completamente diversi. […] Le differenze fra questi gruppi minoritari e la civiltà dominante sono basilari, concernendo l’anima del complesso della cultura, il patrimonio che ci è trasmesso nei primi anni di vita: il modo di usare e organizzare lo spazio, il tempo e l’oggettualità».

E non stupisce, quindi, che un noto etologo, già allievo e collaboratore di Konrad Lorenz, come Irenäus Eibl-Eibesfeldt, in uno dei suoi ultimi lavori si sia scagliato contro il fenomeno immigratorio in modo del tutto esplicito: «Ogni uomo reagisce con un atteggiamento di rifiuto quando sente minacciata la propria identità, e questo avviene specialmente quando altri individui si stabiliscono in aree già densamente popolate, senza assumere né la cultura, né il modo di vivere dei residenti: allora vengono sentiti come estranei e come intrusi nella lotta per il dominio che assicura la precedenza alle stesse risorse. Questo atteggiamento non é infondato, poiché segregandosi, gli immigrati costituiscono dei gruppi solidali che difendono in primo luogo i propri interessi. Le problematiche e i contrasti che ne derivano si inaspriscono quando essi si differenziano per un tasso di nascita superiore a quello della popolazione residente. La situazione è del tutto diversa nel caso di immigrati affini alla popolazione autoctona sul piano culturale, biologico e antropologico: di solito vengono integrati rapidamente […]. Filantropi ben intenzionati difendono l’idea secondo la quale i tradizionalisti stati europei dovrebbero dichiararsi apertamente in favore dell’accoglienza verso gli immigrati, non solo accettando chi cerca asilo per motivi politici, ma anche e soprattutto le popolazioni economicamente più svantaggiate, vale a dire anche di paesi del Terzo Mondo che hanno una sfera culturale del tutto diversa dalla nostra. Secondo loro, la convivenza creerà dei legami amichevoli. Questa è utopia, la cruda realtà è del tutto diversa».

Adriano Scianca

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1 commento

Paolo 25 Febbraio 2016 - 5:05

Eccellente articolo pienamente condivisibile e che però, a mio parere, tralascia (o perlomeno, non pone adeguatamente in evidenza) un aspetto peculiare del fenomeno migratorio, ovvero il Fattore Aggressività; noi ci accorgiamo, in particolare, degli aspetti negativi dell’ immigrazione soprattutto a causa delle comunità islamiche, le quali non solo si “segregano” rimanendo solidali con se stesse e basta, ma addirittura arrivano a disconoscere qualsiasi autorità che non sia riconosciuta da esse, costituendo delle vere e proprie “enclaves” totalmente indipendenti e che pretendono di autogovernarsi, ed anzi di imporre con arroganza e con aggressività i propri parametri, e la propria mentalità, alle popolazioni “ospitanti”. Si tratta a tutti gli effetti di una vera e propria invasione, che solo il buonismo globalista imperante si ostina a voler interpretare ancora come “semplice” fenomeno migratorio.

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