Roma, 4 mag – L’Italia nella crisi ucraina sta dando il peggio di sé. Non che il resto dell’Europa se la cavi molto meglio. Ma i recenti smarcamenti di piccoli paesi come Slovacchia e Ungheria, alcune minime resistenze tedesche agli obblighi di embargo verso la Russia, così come la “teatrale diplomazia” francese ci mostrano che si potrebbe fare molto di più. Senza essere per forza una superpotenza.

Italia, crisi ucraina, immobilismo politico

L’Italia è stata spesso definita in passato una “potenza di pace”. Magari non di primo piano, viste anche le ossa rotte con cui è uscita dal secondo conflitto mondiale, ma sicuramente con un certo grado di influenza. Del resto, è lo stesso dopoguerra ad averlo dimostrato: Roma è riuscita in più di un’occasione (in particolare tra gli anni Cinquanta e Sessanta, infine negli Ottanta) a recitare quel ruolo di “ponte” diplomatico tra i due blocchi. E sembrava poter tornare in prima linea nell’interpretarlo fino a un paio di decenni fa, con lo spirito di Pratica di Mare.

Oggi l’Italia è solo un fantasma. Ingabbiato nelle arene della Nato e dell’Unione europea, ciò che la caratterizza è un totale immobilismo politico-internazionale, cammuffato da un presunto decisionismo quasi “guerrafondaio” che fa anche abbastanza ridere, considerato quanto esso sia ad esclusivo rimorchio del gigante oltreoceano. La Turchia prende costantemente iniziative di pace pur essendo membro della Nato, la Francia fa finta di farlo (anche in modo pacchiano forse, ma se non altro più dignitoso), le piccole Slovacchia e Ungheria addirittura si smarcano dalle sanzioni verso Mosca. E Roma? Sta a guardare, facendo da eco a Washington e Londra, non tentando nemmeno non diciamo di avviare, ma di almeno di simulare un po’ di autonomia.

Non è così semplice, ma si può fare molto di più

Certamente, come qualcuno potrebbe notare, non è una situazione semplice per nessuno. Slovacchia e Ungheria si smarcano, ma lo fanno anche per una minore centralità delle loro economie e – di conseguenza- una maggiore faciltà di manovra. E gli altri non si trovano in una situazione di schiavitù meno pressante della nostra. Ma c’è modo e modo anche di essere subalterni, di provare ad avviare iniziative autonome ad oggi non solo inesistenti, ma neanche contemplate.

Alcune proposte lanciate sui mass media da una dissidenza che si è fatta molto più presente nelle ultime settimane (su tutte, quella di Alessandro Orsini) sono plausibili e andrebbero quanto meno ragionate. Un’Italia che si proponga come potenza diplomatica, in grado di aprire un dibattito in seno all’Ue, che si dichiari pure disponibile ad alcuni riconoscimenti in pegno dell’avvio di un dialogo con Mosca non è niente di fantascientifico. Ma bisogna volerlo e crederci. E questo è un Paese che, da decenni, non crede più in niente. Un Paese che, ritenendosi incapace di azioni avviate da Nazioni con molte meno potenzialità, non fa altro che fuggire dalle responsabilità. La condotta più comoda, non certo quella più realistica.

Stelio Fergola

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3 Commenti

  1. L’ Italia doveva pensarci prima, quando da ben più di un decennio in Ucraina le cose non andavano per niente bene ma noi si pensava solo a massacrarci nel ns. orticello e ad osare non più di tanto, solo quello concessoci, in terre rumeno-moldaviche. Quando poi la Nato prevarica… Kosovo, Balcani insegnano.
    Sembra una cosa lontana, da niente (sic), ma qualcuno ricorda ancora come sono stati trattati e difesi gli italiani in Libia con l’ avvento di Gheddafi ? Da lì, anche in tempi moderni, non abbiamo più capito un… tubo!

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