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downloadRoma, 21 mag – Era il 20 maggio del 1929 e dinnanzi ai Reali di Spagna e a centomila spettatori la nazionale italiana di Rugby giocava il suo primo test match ufficiale della storia. Nello Stadio dell’Esposizione del Montjuïc di Barcellona si affrontavano la Spagna (anch’essa al suo esordio) e la nostra prima formazione azzurra composta da: Enrico Allevi, Tommaso Altissimi, Aldo Balducci, Vittorio Barzaghi, Ottavio Bottonelli, Luigi Bricchi, Lucio Cesani, Domenico Dondana, Giovanni Dora, Alberto Modonesi, Armando Nisti, Giovanni Paolin, Piero Paselli, Carlo Raffo, Eugenio Vinci, Francesco Vinci, Paolo Vinci, Piero Vinci.



Molti lo ignorano ma è proprio in quegli anni, quando lo stato fascista diffondeva tra i più giovani il proprio modello educativo basato sulla virilità e sul disprezzo per la vita comoda, che il Rugby si diffondeva tra le fasce giovanili della società italiana e non solo. Questo sport inglese fu nel tempo sempre più apprezzato dalle gerarchie del ventennio proprio per i suoi principi nobili e le caratteristiche di gioco fondate sulla lotta. Talmente tanto apprezzato da spingere l’allora segretario del Pnf Achille Starace a dichiarare: “…il giuoco del Rugby, sport da combattimento, deve essere praticato e largamente diffuso tra la gioventù fascista”.

Il 20 maggio, dunque, non è una data qualsiasi, è il giorno della nascita di un movimento che si è sviluppato e diffuso rapidamente in tutto lo stivale, ma che purtroppo proprio a causa del suo forte legame col regime, nel secondo dopoguerra, è caduto in disgrazia ed è stato per molti anni ignorato, marginalizzato e, in molti casi addirittura etichettato, come “sport di destra”. Fortunatamente negli ultimi anni, grazie soprattutto all’ingresso dell’Italrugby nel Torneo delle 6 Nazioni, il Rugby ha riacquisito quel fascino perduto dopo decenni di discriminazione silenziosa. Per chiunque volesse provare un brivido forte, nel Museo del Rugby di Colleferro è custodita e conservata la maglia n. 4 di quello storico test match, indossata da Giovanni Dora, consegnata dal nipote Stefano Mor, alla Fondazione, nell’agosto del 2014.

Mauro Pecchia

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5 Commenti

  1. completamente ignorante in materia non conoscevo questo e bene saperlo da primato nazionale complimenti quando in giro i tg parlano del nulla di centenari o dei denti di qualche soubrette .il fascismo secondo me era avanti per l epoca ancora adesso mi stupisce

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