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keynesRoma, 19 set – Sono trascorsi esattamente ottanta anni dalla pubblicazione di “Teoria generale dell’occupazione, interesse e moneta” di John Maynard Keynes (1883-1946), il più celebre testo pubblicato dall’economista di Cambridge. Keynes si accattivò le simpatie e l’interesse di gran parte del mondo politico e accademico occidentale nè più nè meno come a suo tempo fece Marx in Russia e Cina. Proprio come il padre del socialismo, Keynes mirò ad abbattere l’edificio ideologico creato dagli economisti classici: Adam Smith, David Ricardo, Stuart Mill. Se Marx mirava alla teoria del plusvalore, il Keynes-pensiero ruotava attorno all’idea del deficit.



Prima di allora i governi occidentali, rifacendosi agli economisti classici, erano obbligati ad un severo rigore sui bilanci pubblici sconfinando nel territorio del deficit solo in circostanze del tutto straordinarie. Keynes demolì questo paradigma facendo del deficit uno dei cardini della sua dottrina. L’economista di Cambridge negò esplicitamente che il debito pubblico ponga degli oneri a carico delle generazioni future in quanto la spesa non solo viene riassorbita ma promuove la piena occupazione tramite la domanda effettiva che è la quantità di reddito impiegata in consumi e in investimenti. In contrapposizione agli economisti classici, per i quali il livello del reddito reale dipende dalla capacità produttiva, Keynes afferma che dipende dal volume della domanda aggregata che diventa così la vera determinante del reddito nazionale. E’ il suo calo a provocare le crisi, non quello della capacità produttiva. Il crollo della domanda aggregata per Keynes si verifica tutte le volte che l’economia di mercato viene lasciata a se stessa. Economia di mercato che per sua natura è intrinsecamente instabile. Per l’economista inglese “l’investimento è volatile, incostante ed irrazionale. Il mondo dell’economia è governato da una incontrollabile e disobbediente psicologia“. E’ per colpa degli investitori che si creano i collassi economici e i consumatori sono automi passivi alla loro mercè. Per questa ragione produzione e occupazione, per Keynes, sono sempre a rischio.  “Se – scrive l’economista di Cambridge – l’attività di investimento fosse nelle mani dei governi, non sarebbe più in balia di evanescenti animal spirits, cioè dei fattori psicologici che causano ondate di pessimismo o ottimismo“. In ragione di questo postulato se la domanda di investimenti cala, per evitare il collasso di quella complessiva, la si sostituisce con la domanda a scopo di consumo che è quella propulsiva. Per giungere a ciò i governi, le autorità finanziarie e monetarie non devono avere alcuna esitazione ad accrescere la capacità di acquisto della popolazione mediante la spesa pubblica grazie all’ausilio di emissione monetaria e riducendo il tasso di interesse anche a zero per rendere disponibile il capitale in maniera illimitata. Non nuove imposte, quindi, ma denaro, tanto denaro. Ed è Keynes stesso che lo afferma scrivendo che “chi possiede capitale guadagna un interesse perché il capitale è scarso, allo stesso modo di come il proprietario di terre può percepire un affitto perché la terra è scarsa. Ma mentre ci possono essere motivi reali per la scarsità della terra non sussistono reali motivi per la scarsità di capitale. Pertanto un aumento dello stock monetario può continuare fino a che il capitale cessi di essere scarso“.

Un altro punto cardine del pensiero di Keynes ruota attorno alla manovra del tasso di interesse che viene interpretato come un compenso per rinunciare alla domanda di moneta (propensione alla liquidità) ovvero alla liquidità tenuta in banca per far fronte alle spese correnti. Prima di allora, per gli economisti classici, il tasso di interesse era il prezzo di equilibrio tra l’offerta e la domanda di risparmio. Per Keynes invece l’aumento della domanda di moneta viene identificata col tesoreggiamento che penalizza gli investimenti e soprattutto la spesa in consumo. Appare chiaro che la riduzione del saggio di interesse, ad opera delle banche centrali, va a scardinare il vero male economico: il non spendere. Per Keynes bisogna evitare che investitori e consumatori cadano nella trappola della paura di spendere e per questo giunge alla conclusione che è sempre necessario, in questi casi, un massiccio stimolo di spesa pubblica: “Costruzione di piramidi, terremoti, perfino guerre possono servire ad aumentare la ricchezza se la formazione dei nostri uomini di stato, plasmatasi sui principi degli economisti classici non impedisse di fare qualcosa di meglio“.

Questa teoria denominata di politica monetaria espansiva fu messa in pratica tre anni prima della pubblicazione di “Teoria generale dell’occupazione, interesse e moneta” da Hjalmar Schacht presidente della Reichsbank, la banca centrale tedesca, e ministro dell’economia nella Germania nazista dal 1935 al 1937, con risultati strabilianti. La Germania in poco meno di quattro anni divenne una delle principali economie del pianeta eliminando i sei milioni di disoccupati che aveva prima del 1933 e riducendo sensibilmente l’inflazione. Schacht che non fù mai membro effettivo del partito nazista, è un’altra di quelle figure economiche, come Keynes, che andrebbero rivalutate e rilette con più attenzione e soprattutto senza i pregiudizi dettati dal pensiero unico dominante.

Giuseppe Maneggio

 



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3 Commenti

  1. Complimenti per il testo,lo sottoscrivo in toto,peccato che gli attuali cialtroni che ci governano non ne tengano conto,va detto pure che si è avverato un evento giusto ma troppo tardivo(è morto Ciampi a 95 anni sonanti) poteva morire molto prima almeno 35 anni prima nel 1981 anno in cui si verificò il divorzio tra banca d’Italia e tesoro.

  2. e che dire di galbraith economista kennediano e mandato da
    roosvelt in italia per vedere come funzionava il nostro stato
    sociale negli anni trenta.fu sbalordito dall’economia interventista
    di mussolini e dal nostro welfare.
    vedere sua biografia

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