Roma, 5 set – In Kleo, la Ddr c’è. Anche senza esserci. Da questa premessa alquanto bizzarra, partiamo per raccontare le nostre sensazioni dopo aver visionato l’ultima serie televisiva di produzione Netflix, uscita sulla piattaforma digitale lo scorso 19 agosto.

Kleo, la “Ddr fantasma”

Kleo è ambientato nella Ddr, ma senza essere nella Ddr. Una specie di “Ddr fantasma”, tanto per intenderci. Ddr, ovvero Deutsche Demokratische Republik, ovvero – in italiano – Repubblica democratica tedesca, che quindi con abbreviazione tradotta chiamiamo Rdt. Ma siccome l’iconico ci piace di più, specialmente se è in lingua originale, allora proseguiremo definendola Ddr. Dicevamo, la Ddr fantasma. Perché? Molto semplice: a fine primo episodio, il muro di Berlino è già crollato e siamo già agli albori del 1990. La storia, negli altri sette episodi, si svolgerà quindi dopo la fine del blocco sovietico, sebbene nei mesi immediatamente successivi, e sebbene il “clima” quasi parli di una Ddr viva ma morente, quale fu effettivamente la famigerata Repubblica nei mesi tra la fine del 1989 e l’autunno del 1990, quando ci fu la riunificazione ufficiale della Germania. Certo, qualche flashback (o analessi, cercando di diffondere lo sconosciuto vocabolo italiano) c’è. Ma è decisamente minoritario.

Si respira Ddr nei personaggi, nei luoghi, nelle immancabili Trabant, nell’abbigliamento e perfino nelle cabine telefoniche. Se ne recepisce molto guardando gli interni delle abitazioni, come quella della protagonista e di suo nonno, con quei colori accesi e plasticosi che però, richiamano molto anche agli anni Ottanta. L’estetica, certamente, fa la parte del leone. La fanno l’interior design, la fanno l’iconografia comunista tedesca dell’epoca. La fa, in generale, la rappresentazione di un mondo che rispetto ai proclami della Sed non è mai esistito. Questo sebbene la Germania comunista fosse senza dubbio quella messa meno peggio in termini economici dell’intero blocco orientale. E anche la regia ha dei picchi creativi notevoli: specialmente negli ultimi episodi. Ma qui finiscono i pregi (intendiamoci, non secondari).

Storia, trama e sceneggiatura

Kleo è un capolavoro? A giudizio di chi scrive, assolutamente no. Non lo è perché si tratta di un’opera tutt’altro che perfetta, ma anzi, piena di limiti che si fanno perdonare di fronte a un impianto estetico e registico davvero esaltante, per chi è appassionato di quel tipo di contesti storici, a prescindere da qualsiasi giudizio di valore sugli stessi. Non lo è perché la sceneggiatura nel complesso è molto altalenante e la trama si conclude in modo quasi infantile, pur avendo degli spunti interessanti che potevano svilupparsi decisamente meglio. Non lo è per l’interpretazione “strana” degli attori protagonisti, spesso troppo macchiettistici e forzati, al di là dello stile ironico della serie, che molti hanno paragonato a quello di una sorta di Quentin Tarantino in salsa tedesca (forse esagerando un po’, sebbene vi sia del vero: l’atmosfera “alla Kill Bill”, non manca).

Inoltre, gli stessi rapporti tra i personaggi, in certe fasi, scimmiottano in modo eccessivo i film d’azione americani, quando un approccio maggiormente caratteristico, specie in un contesto come quello, forse avrebbe potuto giovarne. In ogni caso, i pregi sono talmente abbaglianti da mettere in secondo piano tutto. Del cult, Kleo ha più di un dettaglio. Che merita di essere vissuto.

Stelio Fergola

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1 commento

  1. mah un prodotto SoroFLIX…adesso la ddr la vogliono magari sdoganare come paradiso?
    Anche se giustamente molti tedeschi orientali e prussiani hanno nostalgia del senso di ordine e di tranquillità …te credo la zia Angela aveva il pugno di ferro bolscevico !

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