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Benevcento, 26 feb – Giovedì 26 febbraio 1266 si consumò, nel Sannio, una delle più importanti battaglie del nostro medioevo: la battaglia di Benevento. I Guelfi, la fazione papale dei Comuni italiani, e gli Angioini francesi invasero e conquistarono il Sud Italia ritenendo il governo di Manfredi, re di Napoli, illegittimo e, di conseguenza, da rovesciare.
La propaganda guelfa contro il principe di Venosa fu pesante e assolutamente diffamatoria. Venne descritto come un mostro, sanguinario ed eretico. Come racconta Dante nel III canto del Purgatorio, il papa di allora, Clemente IV, cercò a lungo le spoglie del sovrano, ma non per commemorarle. Una volta rinvenuta la sua tomba, dissotterrò i suoi resti e li fece sfilare capovolti a lumi spenti come era uso per gli eretici. Una volta compiuto questo scempio, il pontefice massimo ordinò che venissero gettati nel fiume Verde.
Manfredi rappresentava l’ultimo baluardo imperiale e ghibellino in Italia, l’unico punto fisso contro il potere temporale della Chiesa. La sua morte venne cantata da Dante in quanto lo stesso poeta fiorentino era convinto che l’Impero fosse l’unica soluzione alla frammentazione e alla debolezza della penisola italiana.
Nel II libro del “De monarchia”, Dante spiega come il Sacro Romano Impero, del quale Manfredi era l’erede, fosse il legittimo discendente di quel glorioso Impero Romano voluto da Dio, senza il quale non sarebbe potuta nascere l’Europa come la conosciamo, o meglio, come Dante la conosceva.
A differenza di quanto pensano molti storici, Dante non rinnegava totalmente il potere spirituale della Chiesa, anzi era questo potere che legittimava il ruolo dell’imperatore. Il papa doveva portare l’Uomo a legarsi alle “cose spirituali” quindi doveva indurlo a seguire le Virtù Teologali. L’imperatore aveva il ruolo di far conoscere e rispettare la legge e di condurre l’Uomo, quindi, alla felicità e alla gioia terrena.
Manfredi si rivelò un sovrano assolutamente illuminato. Presso la sua corte trovarono riparo e sostegno economico i più grandi esponenti della Scuola Siciliana, un movimento culturale sorto attorno alla figura di Guglielmo II, parente di Manfredi nel 1166 e terminata con la morte dello stesso Manfredi cento anni più tardi.
Manfredi stesso era un grandissimo letterato. Ampliò l’opera del padre “De arte venandi cum avibus” in quanto, anche lui, era un grande appassionato della caccia con il falcone.
Il principe commissionò anche la produzione della bellissima “Bibbia di Manfredi”, un manufatto importantissimo e quanto mai ricercato della produzione amanuense cattolica.
Manfredonia fu città creata ad hoc per essere il “capoluogo” della Puglia ma anche per mostrare l’importanza del sovrano, la sua forza e la sua autorità. La prima pietra fu posata dallo stesso Manfredi.
Manfredi permise anche uno straordinario sviluppo economico del regno di Sicilia. Su richiesta del familiare, Giovanni, a Palermo venne ampliato il porto e istituita la storica fiera annuale. Mantenne solido il sistema feudale e si circondò di fidati compagni tra i quali troviamo anche moltissimi ecclesiastici.
Come riportano le fonti, Manfredi promosse una campagna per combattere la corruzione all’interno del suo regno e, quasi sicuramente, ebbe un grande successo.
La corte di Manfredi divenne ben presto satura di persone provenienti da tutto il mondo mediterraneo. Il principe aveva ottimi rapporti con Arabi, Egiziani, Siriani e tutte le popolazioni bagnate dal Mare Nostrum.
Il principe del Sud, insomma, era davvero, forse, l’unico baluardo di ordine contro il caos, di stabilità e di rettitudine morale che potesse reggere un Paese in difficoltà, prosperoso certamente ma ampio e variegato per ideali e cultura. La sua morte nella battaglia di Benevento rappresenta un colpo durissimo inferno alla corona imperiale. Si aprirà una breccia che verrà colmata, almeno istituzionalmente, solo 500 anni più tardi.
Tommaso Lunardi

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