Tecalitlan, 26 feb – 14 euro a testa è la cifra con cui i tre italiani scomparsi in Messico, nello stato di Jalisco, lo scorso 31 gennaio sono stati venduti dalla polizia a una banda di criminali. Quattro poliziotti, tre uomini e una donna, sono finiti in galera ma si teme che altri poliziotti potrebbero essere implicati. Degli italiani in questione, tutti napoletani, non si hanno notizie, nonostante le ricerche dei tre proseguano senza sosta.

A parlare della cifra è la famiglia dei tre italiani, Raffaele Russo, 60 anni, il figlio Antonio, 25 anni e il nipote Vincenzo Cimmino, 29 anni, aggiungendo che al momento non sarebbe arrivata alcune richiesta di riscatto. Pare che gli italiani siano stati bloccati dagli agenti in una stazione di servizio, quindi siano stati venduti a una banda criminale senza mai passare dal carcere locale. La zona, infatti, è nota per la pesante incidenza di rapimenti lampo.

Stando alle ricostruzioni il primo a sparire sarebbe stato Raffaele Russo, che in Messico si spacciava per cittadino messicano e si faceva chiamare Carlos Lopez. Solo in un secondo momento il figlio e il nipote si sono messi sulle sue tracce, andando nel luogo dove è stato rilevato per l’ultima volta il segnale del gps dell’auto noleggiata. Antonio Russo avrebbe inviato un messaggio vocale a uno degli altri suoi due fratelli che vivono in un’altra zona del Messico, nel quale riferiva di essere stato fermato dalla polizia con il cugino. Poi di loro si sono perse le tracce.

I tre italiani sarebbero finiti nelle mani del cartello Jalisco Nueva Generación, una delle più giovani e temute organizzazioni criminali del Paese. Si teme che il rapimento sia avvenuto perché i tre napoletani, con precedenti penali per truffa, potrebbero avere venduto dei generatori elettrici di scarsa affidabilità, pubblicizzati come tedeschi ma in realtà fabbricati in Cina ai pericolosi criminali. Secondo un’altra ipotesi il rapimento sarebbe stato ordito in segno di rappresaglia per non aver pagato l’affitto. I poliziotti rischiano tra i 40 e i 60 anni di carcere.

Anna Pedri

 

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