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heavy-metalRoma, 24 feb – Settimana scorsa il Wall Street Journal ha pubblicato un lungo articolo dedicato alla costante crescita che l’heavy metal continua ad avere, sia in termini di appeal globale che di giro d’affari. Il che, in un momento in cui il mercato discografico mondiale piange miseria, rappresenta certamente un dato sorprendente. Non solo, la diffusione della musica metal non conosce confini, rompendo così di fatto il duopolio anglo-americano che per decenni ha monopolizzato le attenzioni del mercato mondiale in ambito rock e pop. “L’heavy metal è diventato l’improbabile colonna sonora della globalizzazione”, scrive il noto quotidiano statunitense. “Le barriere linguistiche sono poco importanti nel mondo del metal, dove tutto ruota attorno al sound, un ronzio spesso dissonante che non ha radici in nessun’altra tradizione musicale.” Il sentimento di appartenenza ad una grande famiglia fidelizza i fruitori di questo genere musicale indipendentemente dalla nazione di provenienza. Ed è inconfutabile il dato che fotografa le abitudini di consumo dei metalhead, in netta controtendenza rispetto a chi segue altre scene musicali: l’heavy metal vende ancora tanto e il merchandising che ruota attorno ad esso gode di ottima salute. Le band proliferano ad un ritmo incessante, i festival estivi fanno numeri da capogiro e le case discografiche dedicate sono preda delle grandi major (a fine agosto, Sony Music Entrtainment ha acquistato Century Media Records, etichetta leader nel metal e nell’hard rock, per una cifra riservata).

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Il boing 747 acquistato dagli Iron Maiden per effettuare i loro tour

Eppure nonostante tutto questo visibilio c’è qualcosa che non va. I gruppi storici sono ancora lì a sfornare dischi e a calcare i palchi e non si è assistito ad un cambio generazionale tale da poter far pensare ad un futuro roseo per questo genere musicale. Del resto non si comprende la ragione per la quale una band come gli Iron Maiden, con i suoi componenti che viaggiano sul filo dei sessant’anni, debba appendere gli strumenti al chiodo quando il mercato gli continua a tributare ori ed onori. Le tournèe della band – che assieme ad altre compagini ha contribuito a dare i natali alla new wave of british heavy metal sul finire degli anni ’70 – riempiono gli stadi. Le vendite discografiche sono sempre ragguardevoli (il sedicesimo album recentemente pubblicato ha debuttato al numero uno della classifica italiana). Mentre il giro di affari gli permette di acquistare un boing 747 per poter effettuare gli estenuanti tour che toccano sempre tutti e cinque i continenti.
La situazione resta più o mene invariata anche con altre realtà storiche della musica metal. Dai Metallica agli AC/DC il discorso resta pressoché invariato. Il sentiment di quanto sopra esposto ce lo danno le riviste specializzate che per continuare a vendere copie, in un momento in cui l’editoria cartacea lamenta sofferenze, ritraggono in copertina i soliti vecchi noti.

Ben lungi da noi di voler accusare i mostri sacri della musica metal, ma appare evidente che questa situazione non giovi al futuro di questa scena musicale. Dopo l’esplosione commerciale dei System Of A Down e dei Korn avvenuta in concomitanza dell’ultima grande moda passata all’interno della musica metal – siamo agli esordi del terzo millennio – non si è più avuta alcuna sorpresa e nessuna nuova compagine assurta al successo. Il metal avrà sì una connotazione maggiormente internazionale ma la globalizzazione ha appiattito le proposte. E se ci è data l’opportunità, grazie anche all’ausilio delle nuove tecnologie, di poter ascoltare l’ultima fatica discografica di qualche band proveniente da Singapore, non è detto che questa possa essere in grado di soppiantare i mostri sacri che hanno dato forma e sostanza a questa corrente musicale. Vedere immagini di gruppi provenienti dal Sud America, piuttosto che dalla Cina, con indosso magliette di Burzum o degli Slayer mette un po’ tristezza ed evidenzia ancor di più tutte le patologie sociali innescate da quel processo omogeneizzante chiamato globalizzazione. Oggi è facile poter suonare folk metal con testi e rimandi alla tradizione celtica vivendo a Santiago o cantare le odi di prodi guerrieri vichinghi vivendo a Shanghai, ma la sensazione di smarrimento aumenta soprattutto se si considera che nella maggior parte dei casi ci si trova davanti a dei veri e propri emuli. “Il metal richiede un alto grado di talento musicale, che è premiato in Paesi con particolari inclinazione verso la musica classica, quali Cina, Finlandia e Giappone. A differenza del punk, che è relativamente semplice da suonare, il metal spesso richiede chitarre suonate a super-velocità e accordi dalle strutture complesse.” Così prosegue il Wall Street Journal nel suo articolo celebrativo che si sofferma molto sulla scena asiatica con la Cina che fa da traino alla forte espansione di questa corrente artistica.

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“Reign in blood”, il capolavoro assoluto degli Slayer, bollato con la censura dell’industria discografica statunitense

Il quotidiano statunitense usa toni entusiastici per ricordarci sostanzialmente come la musica metal sia stata normalizzata dalle regole del mercato globale. La normalizzazione paga e dona quella visibilità mediatica che viceversa questo genere musicale non godeva agli arbori. Anzi, parecchie e feroci furono le critiche ricevute dalle band storiche accusate a più riprese di essere evangelizzatori del verbo di satana se non anche provocatori che inducevano al suicidio (si pensi alla Parental Advisory Explicit Content, etichetta applicata su molti dischi metal degli anni ’80 e ’90 dalla nota associazione statunitense che si occupava di valutare moralmente i prodotti discografici).
Ma se il mercato è riuscito a fagocitare anche questa corrente musicale cosa resta della carica anti sistemica e ribellistica dei primi anni Ottanta? Sicuramente la componente scenografica e teatrale mai venuta meno ma divenuta con il passare degli anni più un modo come un altro per aumentare i profitti da merchandising. Gli Iron Maiden con la loro mascotte Eddie ne sono un esempio ma anche in ambito black metal, il sottogenere più controverso, se si pensa alle band storiche come i Dimmu Borgir o gli Immortal si ha la medesima conferma: le maschere demoniache e il corpse paint hanno cessato di far paura in favore della certezza del successo discografico ottenuto. A parte questo non resta molto altro ad un genere musicale che si continua a perpetrare quasi immutato di generazione in generazione. E’ cessato lo scalpore e con esso la curiosità di scoprire ed entrare in un mondo proibito.

Il mercato esige delle regole rigide, morali, nonchè comportamentali. E’ così anche in altri settori completamente avulsi da quello musicale. Il calcio in quanto espressione dello sport più popolare al mondo, raccoglieva fino a qualche tempo fa le pulsioni umane più sfrontate, goliardiche e scorrette. Con l’avvento dei fiumi di euro portati dagli sponsor e ancor di più dai diritti televisivi il mercato ha imposto i suoi diktat. L’egida del politicamente corretto con tutto il suo consistente rimorchio di ipocrisia borghese sta rendendo asettico e sterile quello che una volta era il tempio del volgo: lo stadio. E non passa giornata di campionato senza che non ci sia qualche polemica legata a quella dichiarazione omofoba di qualcuno o ai cori razzisti di qualcun’altro. Lo stesso succede nel mondo della musica commerciale. Nemmeno l’heavy metal ne è rimasto immune, basti pensare alla recente polemica sorta attorno alla figura di Phil Anselmo a seguito di un saluto romano fatto durante un concerto. Manco avesse ucciso qualcuno. L’aspetto più drammatico di questa vicenda non sono le reiterate scuse fatte pubblicamente dal Nostro, ma la gogna utilizzata dai media per squalificare chi non è conforme alle regole del mercato. Gogna che ovviamente non svanisce nemmeno dopo le scuse dell’imputato. Così per sfuggire alle castrazioni moraliste e bacchettone che impongono la Neolingua non ci resta che uscire fuori dai meandri del mercato. E’ lì che troviamo ancora il gusto del proibito, del saper osare, dell’estremo che restando in ambito metal solo la corrente black riesce a racchiudere ancora con un briciolo di genuinità.

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Il retro copertina di “Transilvanian Hunger” dei Darkthrone

Entriamo per davvero in un territorio dal passato cruento e controverso, dove ai più è interdetto anche soltanto l’ascolto di pochi secondi di qualche brano talmente cacofonico risulterebbe il suono per chi non è avvezzo alla musica estrema. Qui non contano i tecnicismi à la Dream Theater nè i funambolismi à la Yngwie Malmsteen, ma le atmosfere e le sensazioni che scaturiscono dall’ascolto. Ma ciò che conta e fa la differenza è l’attitudine anti-commerciale della stragrande maggioranza delle band che suonano black metal. Se escludiamo la prima ondata di quei gruppi norvegesi che agli inizi degli anni ’90 diedero un corso a questo sottogenere della musica metal, ci possiamo rendere conto di quante realtà pullula il sottobosco di questa torbida corrente musicale. Norvegesi esclusi o per abbandono del campo di gioco (Ulver, Darkthrone) o per essersi piegati alle leggi del mercato (Dimmu Borgir, Satyricon) ma che in ogni caso agli arbori delle loro rispettive carriere si sono avvalsi di una libertà artistica ed espressiva che oggi possiamo soltanto trovare in quello che viene definito l’underground della musica metal: il sottobosco. Tralasciando i fatti di cronaca giudiziaria e nera, tanto per fare un esempio che ci porta dalle parti di Phil Anselmo, citiamo la querelle sorta nel 1994 attorno ai Darkthrone. La band composta dal duo Fenriz, Nocturno Culto pubblicò in quell’anno “Transilvanian Hunger” quarto album nonchè caposaldo dell’intero movimento black metal. Il disco fù subissato dalle critiche per alcune frasi riportate sul retro copertina delle prime stampe: True Norvegian Black Metal, e sotto, Norsk Arisk Black Metal (black metal norvegese ariano). Come se non bastasse la band se ne uscì anche con una dichiarazione che infiammò ulteriormente le polemiche: “Ci teniamo a sottolineare che Transilvanian Hunger sta al di sopra di ogni critica. Se qualcuno tentasse di criticare questo LP, dovrebbe essere del tutto disprezzato per il suo evidente comportamento giudeo“. La casa discografica si dissociò da queste affermazioni ma pubblicò ugualmente il disco.
La ritorsione fu infinite volte più inconsistente rispetto a quella subita recentemente dall’ex cantante dei Pantera (oggi nei Down). Il mercato, allora, non poté erigere alcun muro attorno ai Darkthrone per il loro essere non conformi, semplicemente perchè i Darkthrone rifiutavano il mercato. Parliamo di una band che per scelta non ha mai suonato dal vivo nè ha mai rilasciato interviste. E così lo stesso vale per altre centinaia di formazioni che nell’underground black metal pubblica dischi e si prende una libertà di espressione anche artistica che non ha eguali negli altri generi musicali. Ci sono realtà come i francesi Deathspell Omega di cui non si conoscono nemmeno tutti i membri: nessuna foto promozionale, nessun video, nessuna concessione giornalistica. Parlano soltanto la musica e i loro testi. Questa attitudine anti commerciale si realizza grazie al contributo di piccole e valorose etichette discografiche indipendenti nè più e nemmeno come avviene nel settore dell’editoria con la cultura non conforme. O il mercato o la libertà, prendere o lasciare.

Giuseppe Maneggio

 

7 Commenti

  1. Mi hanno consigliato di leggere questo articolo proponendolo come prototipo di testo redatto da chi non ha la minima idea di ciò di cui vuole parlare. E devo essere d’accordo. Complimenti era davvero difficile sparare una maggiore serie di banalità, preconcetti e assurdità. Note scialbe a un movimento artistico di cui evidentemente non si conoscono né le proporzioni, né le reali magagne. Quattro scemenze in testa a cui si riconduce tutto l’universo, ci si interpreta pure la ricetta della pizza. L’unica cosa che è globalizzata è la superficialità con cui in Italia si ciarla di tutto come se ne sapesse.

  2. In questo caso la globalizzazione economica ha un peso relativo a mio modo di vedere; il Metal è la musica della modernità più che della globalizzazione, e come ogni forma musicale nella storia è inevitabile che anche il Metal si espanda senza troppo riguardo di confini e culture; certo è altrettanto inevitabile che, dopo una fase imbarazzante in cui il cinese canta i celti e il peruviano declama i vichinghi, emergano delle varianti musicali e testuali autonome, autoctone.
    D’altronde, che il metal a livello musicale esprima l’anima europea se era un’affermazione dubbia prima del suo radicamento al di fuori dell’Europa e dell’America, adesso è completamente smentita; si tratta solo di pazientare fino a quando la tradizione locale si amalgamerà con il metal, producendo un ulteriore avanzamento della locale cultura musicale. Insomma, è la tradizione vivente (“t” minuscola ovviamente).
    Il discorso sul mercato e sulle nuove leve, e sulla genuinità di queste invece è un discorso purtroppo già visto: solo laddove il profitto non è l’orizzonte dominante possono esperirsi ricerche meno condizionate dalla necessità di “piacere” ai grandi numeri, che nel caso del Metal vuol dire “black” metal.

  3. Il metal è in declino demografico poiché la globalizzazione mai si servirebbe di iconografie, melodie, e immaginari occidentalisti che muovono i propri passi da Dante, Bach, e Wagner. Solo un genere scarso e minimale come il rap può servire a tale scopo; e il politicamente corretto avvelena anche quel po’ di demografia generazionale che ancora reggerebbe…

    https://aristocraziaduracruxiana.wordpress.com/2016/02/02/bei-tempi-quando-il-metal-il-goth-e-il-punk-campavano-di-croci-maledette-e-non-di-minchiate-politicamente-corrette/

  4. Dunque riassumo:

    >il metal contnua ad avere successo nonostante il passare degli anni >anche al di la delle barriere nazionali:

    certo, perchè dietro c’è vera passione e cultura musicale e non solo.

    >anche l’industria del merchandising legata al metal tira:

    certo, vedi sopra e poi il metal è un genere dove l’immagine ha sempre contato molto, voglio dire metallari con la maglietta degli iron ne vedi, la maglietta della pausini non la mette nemmeno chi va ai suoi concerti, al massimo solo al concerto o il giorno dopo.

    >però a tirare sono per lo più i mostri sacri:

    mica per niente sono mostri sacri e poi i mostri sacri di oggi sono quelli del ventennio 80/90, l’epoca d’oro secondo me.
    nuovi gruppi all’altezza di quelli forse ce ne possono pure essere ma fanno cmq quel genre di musica più o meno.
    io sono un tradizionalista ma il cosidetto nu metal mi pare una lagna malsana.

    >band di paesi tipo cina o singapore che mettono magliete di burzum o >slayer:

    che c’è di strano, se sono i loro idoli…

    >band di shangai che fanno folk metal:

    non so se ne esitano.. se fosse sarebbe un po strano, ma che conta è la musica.. poi cmq anche i manowar della moderna new york che cantano di mitologia nordica…

    >le maschere demoniache e il corpse paint hanno cessato di far paura in >favore della certezza del successo discografico ottenuto:

    perchè qualcuno ha mai avuto davvero paura di quei tipi con la faccia dipinta in bianco e nero?

    >basti pensare alla recente polemica sorta attorno alla figura di Phil >Anselmo a seguito di un saluto romano fatto durante un concerto:

    ah ecco dove voleva arrivare chi ha scritto… io stesso dissi che non era il caso di farla tanto grossa, ma la condanna del gesto è venuta anche da metallari, sia musicisti che fan… phil non ha certamente ammazzato nessuno, ma poteva evitare.. se no andava a fare musica oi ad un concerto di skinhead e non si incazzava nessuno, lui però faceva meno soldi.

    >in ambito metal solo la corrente black riesce a racchiudere ancora con >un briciolo di genuinità:

    forse.. ma è troppo casino alla lunga stufa e poi genuinità gente che dice di adorare il diavolo se è genuina vuol dire che è fuori di testa altrimenti non è genuina…

    >“Ci teniamo a sottolineare che Transilvanian Hunger sta al di sopra di >ogni critica. Se qualcuno tentasse di criticare questo LP, dovrebbe >essere del tutto disprezzato per il suo evidente comportamento giudeo“. >La casa discografica si dissociò da queste affermazioni ma pubblicò >ugualmente il disco:

    ha ecco adesso ho capito perchè primato nazionale si gasa del black metal…

    >Parliamo di una band che per scelta non ha mai suonato dal vivo nè ha >mai rilasciato interviste. E così lo stesso vale per altre centinaia di >formazioni che nell’underground black metal:

    evidentemente faranno così perchè la musica fa troppo cagare ed ai concerti ci andrebbero solo quattro coglioni… che senso ha una band che non suona dal vivo? io ho sempre saputo che il centro di tutto è il palco sia dal punto di vista dell’artista che da quello dei fan…

    in conclusione: tuto sto discorso, definiscono il metal da figheti tranne il black, solo per far polemica politica di estrema destra nostalgica, non gliene frega niente del metal, black o altro che sia…

    primato nazionale si occupi delle sue cazzate politiche estremiste fuori dal tempo e lasci stare il metal.. e ve lo dico io che non sono certo di sinistra.

  5. Commenterò con dei nomi:
    Sabaton (giovani, che hanno addirittura un LORO festival e fanno metal STORICO)
    Turisas (giovani e ultranoti)
    Van Canto (proprio un altro livello di innovazione)
    Blind Guardian (sono uno dei mostri sacri, ma capaci di rinnovarsi)
    Judas priest (se Nostradamus é un album canonico io sono Babbo Natale)
    The Hu (asiatici che fanno Mongol Metal con strumenti tradizionali).

    Per non parlare della scena underground ENORME fatta di piccole band talentuose.

    Posso andare avanti tutto il giorno a citare band giovani, particolari o altre piú storiche capaci di rinnovarsi.

    Se l’autore conosce solo i classici, non significa che esistono solo quelli.
    Esiste ed esisterà sempre una “moda musicale” anche nel metal che spinge una o un’altra tematica, ma non per questo esiste solo quella.
    Come tutti gli ambiti di entertainment, anche la musica metal ha una dorsale guidata dal mercato, ma è proprio tutto il resto, che esiste ed è importante, a renderla diversa dal resto.

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