Roma, 17 giu – Mai più col Pd. Quante volte abbiamo sentito questa frase, in forme diverse. L’ultimo aggiornamento di questa saga ripetitiva e noiosa è targato Matteo Salvini, che nell’ultima settimana ha proferito le seguenti parole, riportate anche dal Giornale.

Premessa: bocciare proposte di semplificazione elettorale e istituzionale non è sempre saggio

Chi scrive crede nel contenuto delle proposte e non nella identificazione della matrice di chi le lancia. Il nemico può proporre proposte utili a governare meglio, anche per farlo egli stesso in prima persona. Dunque, chi si lamenta degli inciuci dovrebbe almeno un minimo riflettere su cosa abbia significato bocciare sia l’Italicum (in prima versione soprattutto) sia tutte le proposte di riforma istituzionale.

Il sistema elettorale perfetto non esiste (e il ballottaggio presenta ovviamente i suoi aspetti critici), ma tra il dare premi di maggioranza e conferire vittorie quanto meno “solide” a chi la spunta alle elezioni e favorire il caos proporzionale sempre e comunque ci passa comunque un oceano. Ed è l’oceano che favorisce o meno l’inciucio. Perché non ci si inganni: il governo di Mario Draghi è, effettivamente, una situazione particolare. Ma prima della “situazione particolare” ci siamo trovati di fronte a “situazioni ordinarie” non così dissimili. Prima con l’accordo Lega-5 Stelle e poi con quello tra 5 Stelle-Pd.

Quindi, se non si possono certamente risparmiare critiche ai protagonisti di tutti gli inciuci che ha prodotto questa disastrata legislatura, altrettante non si possono risparmiare al rifiuto quasi categorico di accogliere proposte che questi inciuci li avrebbero evitati, o quanto meno resi molto meno probabili. E questo vale sia per i politici che per gli elettori, sebbene entrambe le critiche non possano risparmiare proprio Matteo Salvini, tanto propenso all’inciucio parlamentare quanto ostile a riforme che avrebbero permesso – a lui come al centrodestra – di evitarlo, quell’inciucio.

La tristissima saga “mai più col Pd”

“Mai più col Pd”, pronunciato a vele spiegate dal leader del Carroccio nell’ultima settimana, è l’ultimo esponente di una saga irripetibile che dura da decenni. Subito dopo le formazioni dei governi cosiddetti “tecnici” (ma in realtà nei contenuti non dissimili dalle agende solite del Partito democratico) e le super maggioranze, abbiamo sentito il “mai più col Pd” che un tempo era il “mai più con la sinistra”. Dai tempi del post goveno Monti ad oggi ancora di più. Berlusconi, in quel caso, sostenne il governo tecnico pur facendolo etichettare come una “sospensione della democrazia”. Lo stesso Berlusconi che poco prima era stato costretto a dimettersi. Da vari esponenti del PdL, Giorgia Meloni inclusa, vennero fuori le dichiarazioni standard che “mai più col Pd”, o con la sinistra, se preferite la versione berlusconiana.

La Meloni, per onor del vero, con il Pd non ci è mai andata con il partito da lei stessa fondato. E al rush finale dell’esperienza PdL non aveva risparmiato critiche alla formazione politica di cui faceva parte. Salvini ci è finito, “col Pd”, in un modo o nell’altro. Imboccando una strada più graduale rispetto ai “colleghi” grillini. La scusa è sempre il governo “tecnico”. Con il governo tecnico è possibile tutto, anche andare dove non si vuole giammai finire, ovvero “col Pd”. Ma quel tipo di esecutivo, inutile negarlo, per la questione in oggetto rappresenta una sorta di jolly. Perché con l’affermazione – peraltro lontanissima da una realtà effettiva – della “non ideologia” del governo tecnico, è possibile fare qualsiasi cosa. E allora sì, accogliamo l’ennesimo “mai più col Pd” di Salvini. Sperando, a questo punto, che non arrivino altri sedicenti “tecnici”.

Stelio Fergola

La tua mail per essere sempre aggiornato

Commenta