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Roma, 2 giu – L’arte in Italia, e ovunque la sinistra abbia un certo credito – vedi per esempio l’America, con Madonna & company in marcia contro Trump –, non può permettersi il lusso di essere indipendente. In generale l’arte è politica, come qualunque manifestazione umana. Attraverso l’espressione, chi crea prende una posizione, denuncia, arringa la folla, sputa fuoco e sentenze, mette nero su bianco, sulla pagina come su disco, la sua idea. Il privilegio di parlare ai muri è limitato al pazzo chiuso in una stanza dai muri imbottiti. Chi tiene un comizio, come un concerto, si rivolge a un pubblico, dunque è massimamente politico. Ma nell’essere tali, che dir si voglia, vi sono delle differenze. Si può essere organici, o indipendenti. Si può salire sul palco o pubblicare un testo per dire ciò che si pensa, o quello che ci è stato imposto di dire.

L’egemonia culturale

Parlandosi fuori dai denti, è chiaro che le dinamiche del Potere inibiscono quanto più possibile la libera espressione, in particolare quando il proprio pensiero ha vasta circolazione, come nel caso del musicista o dello scrittore. Queste figure sono state non per niente da sempre lusingate e tenute buone da signorotti e principi, regimi, e soprattutto dalla sinistra. Niente di strano. Si tratta della famosa strategia gramsciana passata alla storia come “egemonia culturale”. In breve, qualunque organizzazione di potere per vincere ha una sola possibilità, precedente alla vittoria elettorale, ovvero conquistare le casematte del potere, tutti quei settori che vanno a formare l’opinione pubblica, dalla scuola all’arte, così da condizionare l’elettorato. Anche in questo caso, non si rabbrividisca: è sempre stato così e la prassi rimarrà immutata per l’eternità. Come diceva Carmelo Bene: “Tutta l’arte è rappresentazione di Stato, è statale”. Le cose sono sempre andate in questo modo. Per uno che si ribella e decide di affermare sé stesso contro tutto e contro tutti, diecimila sono disposti a piegare la loro penna come le corde della loro chitarra al volere del padrone, o del partito.

Il caso di Morrissey

Ecco perché Morrissey, l’ex frontman e geniale mente degli Smiths, non verrà mai tollerato. Certo, a sessant’anni suonati, è troppo famoso per farlo semplicemente “sparire” od ostracizzarlo dalla scena. Una damnatio memoriae apparirebbe eccessivamente sporca, quando c’è un mondo che canta in coro There’s a Light that Never Goes Out; come per Mussolini sarebbe stato troppo rischioso a suo tempo mettere la sordina a Benedetto Croce, già noto in tutta Europa. Il Potere, è bene ricordarlo, è brutale, non stupido! Ma perché l’autore di Handsome Devil è così mal digerito? Semplice, dice e ha detto tutto ciò che gli passa per la testa. Ha cantato la macabra gioia dell’amante all’idea di morire con l’amata (“And if a double-decker bus/ Crashes into us/ To die by your side/Is such a heavenly way to die”), stigmatizzato Bush e Margaret Thatcher, per arrivare infine a difendere la Brexit e sostenere apertamente il movimento nazionalista For Britain, fondato nel 2017 dall’attivista Anne Marie Waters e nato da una costola dell’Ukip inglese. Non molto tempo prima si era anche espresso sulla faccenda del multiculturalismo: “Voglio che la Germania sia tedesca. Voglio che la Francia sia francese. Rendendo tutto multiculturale si perderà ogni forma di cultura. Tutti i paesi europei hanno combattuto per la loro identità per molti, molti anni. E ora la stanno gettando via. Penso sia triste”. Si comprende facilmente come queste affermazioni non siano conciliabili agli occhi dei benpensanti con la dolcezza inoffensiva che dovrebbero avere le canzoni. L’unico aspetto che in parte dà sollievo e, al contempo, incute terrore sta nel constatare come la sinistra agisca secondo la medesima tendenza censoria non solo in Italia, ma in tutto il resto del mondo.

Supportare l’arte libera è un dovere morale

Ma cosa si può fare per sostenere un’arte libera e aliena dai diktat di chi appoggia la dittatoriale visione del politicamente corretto? Non c’è altra via che comprare i prodotti di chi rifiuta di farsi rinchiudere in questo spazio angusto di aberrante conformità. La libertà ha un costo e il motivo per cui tutti vanno a rifugiarsi tra le braccia di una certa parte sta nel fatto che essa garantisce una serie di prebende e ricchi appannaggi. L’artista, questo è bene capirlo, come tutti gli altri, non vive di sola aria. Dunque acquistare California Son, l’ultimo album di Morrissey, è un dovere morale, prima ancora che un piacere, per chi supporta un’idea di arte che voglia essere superiore ai freddi condizionamenti di sovietica memoria. In alternativa restano le noiosissime composizioni da accompagnarsi alle salsicce stantie delle feste dell’Unità e i libri soporiferi atti a non turbare le anime pie a passeggio per il Salone del Libro di Torino. Se volete far saltare in aria queste sordide prassi, avete un solo modo, perché “If it’s not love/ Then it’s the bomb/ That will bring us together” (“Se non è l’amore/ Allora sarà la bomba/ A unirci”).

Matteo Fais

 

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6 Commenti

  1. ma dai è uno squilibrato non vi ricordate come ha sbroccato da checca antica quando l’hanno fermato a Roma?

  2. Questo articolo sovverte la logica. Dice: se è di sinistra, l’arte è “di regime”, se è di destra è libera. Ma si dimentica che in Italia come in UK come negli Stati Uniti è al governo la destra. Nessuno vuole un’arte di regime, ma si può essere spiriti liberi esprimendo idee di sinistra come di destra – e viceversa essere irreggimentati da entrambe le parti. E indicare le feste dell’Unità come luoghi del conformismo in un Paese dove regna Salvini ha un che di surreale e grottesco.

  3. Non comprerò il disco di Morrisey, perché ho ascoltato alcuni brani e questa sua nuova linea di recupero dei vecchi pezzi non è che mi vada a genio. Non ho mai amato Morrisey per la sua persona, odiosa per prese di posizione sempre molto forti (veganismo compreso), ma per le melodie e le parole che raccontano amori estremi e un’Inghilterra che combatte. Certo, con la destra che è sopra al 50% in Italia, tutta questa cultura “statale” o di governo io non è che la vedo….credo che la cultura, come la sinistra, sia sempre dalla parte giusta. 😉

  4. Il pensiero di estrema destra a questo si riduce, schematizzare e stigmatizzare: il racconto della contemporaneità non è che una vignetta vittimistica in cui il desiderio di conquista veste i panni dell’oppresso. Anche solo l’idea, che c’è in questo articolo, di paragonare il multiculturalismo britannico (frutto dell’espansione coloniale e di una politica economica capitalistica) a quello italiano palesa questo ricorso al sotterfugio, alla banalizzazione, alla schematizzazione della realtà per giustificare, nel migliore dei casi i propri interessi politici, nel peggiore dei casi la propria schizofrenia. Perché è di questo che dovremmo parlare, oggi, della psicosi collettiva di cui giornali come questi sono tra la principali cause. Scegliete pure tra i nuovi eroi qualche sedicente anticonformista, come Morrissey, che da sempre brontola e si lamenta su ogni tema come una vecchia aristocratica: non saranno le nuove vesti a mascherare l’immobilismo e l’apatia del pensiero politico della destra estrema contemporanea.

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