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Roma, 3 gen – La Costituzione Italiana ha compiuto 70 anni, un anniversario importante, non soltanto per le solenni cerimonie che solitamente lo accompagnano, ma soprattutto perché arriva a brevissima distanza da uno dei momenti più delicati che la Carta fondamentale ha incontrato sul suo percorso. Lo scorso anno, proprio in questo periodo, era appena fallito il più grande tentativo di rivisitare – inutilmente – l’assetto istituzionale. Ma quella impellente necessità di riforma, che era sfociata nel referendum del 4 dicembre, non è stato un evento improvviso e imprevedibile. Piuttosto, ha dimostrato la difficoltà che ha la classe politica a confrontarsi con le disposizioni della Carta costituzionale e a uniformarsi ai suoi precetti. Perché la storia di questi settanta anni può essere scritta anche con una diversa impostazione, che non si limiti a celebrare retoricamente l’importanza delle enunciazioni di principio, ma, con fare più realistico, guardi alle innumerevoli violazioni compiute.
Si potrebbe iniziare da un dato statistico, considerando i dati della Corte costituzionale e, soprattutto, delle declaratorie di incostituzionalità che hanno colpito leggi dello Stato e delle Regioni. Si rimarrebbe stupiti nel rilevare che costantemente vengono dichiarate contrarie ai principi della Costituzione un numero impressionante di norme. Da qui, si può iniziare a prendere coscienza del fatto che il legislatore – questa entità astratta, che poi in concreto sono i singoli componenti del Senato, della Camera e dei consigli regionali – ha scarsa dimestichezza con il rispetto delle previsioni costituzionali. Questa sgradevole sensazione, poi, si aggrava solo considerando che la attuale situazione politica ha imposto l’intervento della Corte costituzionale non su previsioni di dettaglio, che potrebbero rappresentare una innocua distrazione, ma su leggi che disciplinano gli aspetti vitali della Repubblica, come è avvenuto, ad esempio, per la legge elettorale. Viene da chiedersi, allora, come sia possibile che tutte le forze politiche che ossequiano il “sacro lavoro” dei padri costituenti lo abbiano tradito in un modo così plateale, compromettendo l’essenza stessa dei principi fondamentali. Si potrebbe obiettare, pur con qualche difficoltà, che si tratta di momenti passeggeri, legati alle contingenze politiche e alle difficoltà del periodo istituzionale che stiamo vivendo.
Ma anche se alziamo lo sguardo, distogliendolo dalle bagatelle del momento e volgendolo al tema più importante dei principi costituzionali, l’analisi non ci rincuorerebbe perché constateremmo che tante previsioni fondamentali restano lettera morta. Potremmo iniziare con un quello che ormai è un luogo comune, ossia la concreta applicazione dell’art. 39, che vorrebbe la registrazione dei sindacati per consentire la loro partecipazione alla vita politica e, soprattutto, istituzionale. Una disposizione che è rimasta sulla carta a distanza di tanti anni e che, ormai, più di ogni altra testimonia il disinteresse del parlamento per i precetti costituzionali. Ma un tradimento dei principi costituzionali si evince ogni volta che una legge elimina o depotenzia i fondamentali diritti sociali: ratificando la precarietà del diritto al lavoro si colpisce l’articolo 4; quando i processi per ottenere la tutela di un diritto durano troppo e sono condizionati al pagamento di spese esorbitanti, si vìolano gli articoli 24 e 111; quando le carceri traboccano di persone in attesa di giudizio, trattate in condizioni disumane, si ignora l’articolo 27.
Si potrebbe continuare a lungo – parlando di scuola e pensioni, di casa e famiglia – a dipingere i tratti del disagio che si avverte quando ci si rende conto di come e in che modo il messaggio costituzionale sia stato ignorato dalle forze politiche. Ma questo disagio cresce ancora di più quando ci si accorge che le forze politiche, dinanzi allo sconquasso sociale, politico ed economico della Nazione, si concentrano per escogitare i più rimedi più efficaci solo per attuare una norma che gli stessi padri costituenti avevano relegato in coda al testo della Carta fondamentale, tra le norme finali e transitorie. A distanza di settanta anni, infatti, sembra che l’unico principio costituzionale che merita una immediata e incondizionata attuazione è quello della lotta al Fascismo. Così, si utilizza la Costituzione per continuare a dividere gli italiani. E tutto questo sulla base di un equivoco, perché l’antifascismo non è affatto un valore che permea le disposizioni della Carta costituzionale.
Forse, poteva esserlo all’epoca in cui fu promulgata, quando la guerra civile si era appena conclusa. Ma anche qui si potrebbe discutere, perché molti componenti dell’Assemblea Costituente durante il Fascismo avevano ricoperto ruoli importanti nella società civile. Sicuramente, però, a distanza di settanta anni questo approccio deve essere abbandonato perché i testi costituzionali, al di là delle contingenze nelle quali sono approvati, dovrebbero essere destinati a durare nel tempo, dettando previsioni che guardino al futuro. Di tanto erano sicuramente consapevoli gli stessi Costituenti, che, con buona pace dei loro odierni epigoni, posero un limite cronologico alla XII disposizione transitoria. Rimane da chiedersi, allora, quando la “Costituzione più bella del mondo” diventerà la Costituzione di tutti gli Italiani. Quando cioè non sarà più utilizzata per dividere, ma per garantire i diritti fondamentali degli italiani.
A.S.G.A.R.

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1 commento

  1. …Non sono anti fascisti, sono anti italiani.
    Il 4 marzo si avvicina a grandi passi spero nella vittoria dei sovranisti nonostante Mr. B.

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