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Roma, 15 nov – La nuova frontiera dell’antirazzismo? Contestare Apu. Per i non amanti della tv: parliamo di Apu Nahasapeemapetilon, un personaggio dei Simpson che raffigura un negoziante indiano, costantemente vittima di rapine e scherzi dei bulletti del quartiere. Ora Hari Kondabolu, comico americano nato da genitori indiani immigrati negli Usa, ha lanciato un documentario chiamato “The problem with Apu” per contestare il personaggio in quanto stereotipo offensivo. “Ogni cosa di Apu è un continuo scherzo. E il continuo scherzo è il fatto che lui è indiano”, ha detto l’autore del documentario al New York Times. Apu “viene praticamente definito dal suo lavoro”, ha dichiarato l’autore alla BBC, “ma ha anche otto bambini, una presa in giro del fatto che in India ci sono così tante persone, e si è sposato con un matrimonio combinato”.

Ciò che sfugge, in realtà, è che, nei Simpson, tutti sono definiti dal proprio ruolo sociale e tutti sono stereotipizzati: non si tratta di un dramma sociologico dalla forte portata introspettiva, ma di un cartoon satirico. Ora, la satira fa proprio questo: mette in scena gli stereotipi per evidenziarli in modo grottesco, contribuendo però in questo modo anche a decostruirli. Del resto Apu, dalla serie, non esce in modo particolarmente negativo: ha un dottorato in scienze informatiche, per esempio. È un vegano per ragioni religiose, ma l’equilibrio con cui vive la sua scelta aiuta l’estremista Lisa a moderare il suo approccio al vegetarianesimo. È vero, ha subito un matrimonio combinato, ma ama sua moglie e, quando la corteggia, tutte le donne di Springfield lo ammirano. Partecipa attivamente alla vita della cittadina, in cui è perfettamente integrato, e così via. Insomma, un ritratto tutto sommato rispettabile, in un contesto composto praticamente di sole caricature: lo scozzese litigioso, incolto e rude, il vecchio rimbambito, il bambino tedesco con l’accento marcato e il vestito da tirolese, il sindaco corrotto e donnaiolo, il poliziotto ciccione e un po’ scemo, il pastore disincantato con la moglie bigotta, il comico ebreo, il magnate ricchissimo e perfido, l’allocco tarato e incestuoso.

Quanto a noi italiani, ci tocca Luigi Risotto, il pizzaiolo napoletano con gli immancabili baffi neri, il mafioso Tony Ciccione e Milhouse, il migliore amico di Bart, che in una puntata mostra di avere origini italiane, tanto da avere come secondo cognome… “Mussolini”. Del resto al centro della serie c’è pur sempre lui, Homer Simpson, la macchietta dell’americano medio: ignorante, dipendente dalla tv, amante del cibo spazzatura, spaccone e un po’ tonto. Un ritratto critico, almeno all’inizio, anche se poi il successo travolgente del personaggio ha fatto sì che a lui ci si affezionasse e la satira diventasse in realtà una sorta di elogio. In ogni caso tutto, nei Simpson, è stereotipo, a cominciare dalla stessa Springfield, che è davvero la città media americana. Alla fine ne emerge una vera orgia di cliché, che proprio per il fatto di essere esibiti in forma tanto plateale perdono ogni caratteristica realmente offensiva. Ma in un mondo che si prende così sul serio e in cui non si negano a nessuno i 15 minuti di vittimismo, anche Apu può diventare l’emblema del razzismo.

Adriano Scianca

5 Commenti

  1. “Estremismo vegetariano”? Non capisco cosa significhi.
    Un vegetariano o un vegano non è estremista: è coerente

    • Ah davvero?!? Tanto per farti capire la “battuta” fatta dall’autore… il “coerente”, come lo chiami tu, che ha “spinto” Lisa al veganesimo era all’8° livello di veganesimo… non mangiava nulla che proiettasse ombra.

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