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Roma, 15 nov – Troppi stranieri nel nostro campionato ammazzano i giovani talenti nazionali? La soluzione è semplice, trasformiamo gli stranieri in italiani e avremo risolto il problema. Un po’ come combattere la mafia rendendo legali gli omicidi. Il tonfo della nazionale azzurra ha lasciato tutti storditi, ma il mondo dei media, in particolare, non sembra ancora essersi ripreso. La Gazzetta dello Sport, per esempio, inserisce l’introduzione dello ius soli nel suo decalogo per rilanciare il calcio italiano.

Gian Antonio Stella, sul Corriere della Sera, indica alla nazionale italiana il modello da seguire: chissà che nazionale vincente, penserete voi. Macché, si tratta della Svizzera, qualificatasi ai Mondiali con un gol di Ricardo Rodriguez, “lo svizzero oggi più amato dagli svizzeri. Nato a Zurigo e cresciuto nello Zurigo ma senza una goccia di sangue svizzero: papà spagnolo, mamma cilena: con lo ‘jus sanguinis’ la maglietta rossocrociata non avrebbe potuto indossarla mai”. La nazionale elvetica ha schierato nove non svizzeri su 14 giocatori scesi in campo, sostituzioni comprese. Eccolo, il futuro che hanno in mente per l’Italia. Aldo Cazzullo, del resto, sempre sul Corsera, arriva a dire l’indicibile, proponendo di “introdurre una quota di italiani in campionato — almeno tre in campo per squadra”. Le “quote tricolori”. In Italia. E perché, poi, imporre tre italiani per squadra? Cos’è questa discriminazione? Perché ci deve essere una quota minima di italiani e non, mettiamo, di ghanesi? In fondo siamo tutti meticci e l’identità non esiste, no?

In un commento alla pagina di Matteo Salvini, il cui screenshot sta facendo il giro della rete fra la gente che piace, si auspica lo ius soli spiegando che “la Germania ha cominciato a vincere quando ha nazionalizzato gli oriundi”. I tre mondiali vinti nel ’54, ’74 e ’90, prima di quello già in parte “multirazziale” del 2014, li hanno evidentemente raccattati a terra da qualche nazionale più “colorata” che li aveva smarriti, e così i tre Europei vinti (’72, ’80, ’96).

Ora, facciamo una premessa necessaria: lo ius soli è una legge anti-nazionale, quindi qualsiasi beneficio essa possa portare alle nostre vittorie sportive non la renderà comunque auspicabile. Del resto gli italiani vogliono veder vincere la loro nazionale, non una squadra qualsiasi. Ma, detto questo, è così vero che lo ius soli ci farebbe colmare il gap maturato con le grandi nazionali mondiali? In realtà non c’è nessuna evidenza secondo cui una nazionale multirazziale debba vincere più di una etnicamente omogenea: la Germania, come si è visto, vinceva quando era composta da tutti biondi e vince ancora oggi con diversi oriundi, peraltro quasi sempre tedeschi almeno per metà. La Francia “colorata”ha vinto molto all’epoca di Zidane, ma poi è andata incontro a un declino figlio anche di tensioni etniche interne allo spogliatoio. La Spagna tutta spagnola ha insegnato calcio nell’ultimo decennio. L’Olanda ha sempre giocato un bel calcio, nonostante le poche vittorie arrivate, e questo sia ai tempi della rappresentativa tutta bianca di Cruijff, sia con i “tulipani neri” del Suriname, ma negli ultimi anni non è stata esente da tensioni razziali anch’essa. E così via. Le variabili per vincere sono molte, e hanno poco a che fare con il colore della pelle. A volte una maggiore mixità etnica è un vantaggio, a volte un fardello, spesso è indifferente.

C’è poi un altro punto che dovrebbero spiegarci: ammesso e non concesso che i figli di immigrati siano tutti dei piccoli Pelé, in che modo lo ius soli ne favorirebbe l’integrazione calcistica? Vediamo il regolamento: la Fifa vieta “il primo tesseramento di un calciatore minorenne per una federazione di un paese di cui non è cittadino”, con una serie di eccezioni, una delle quali è che “i genitori del calciatore si trasferiscono per una motivazione non legata al calcio”. Vi è un’ulteriore eccezione, nel caso in cui “il calciatore minorenne straniero abbia vissuto ininterrottamente per almeno cinque anni nel paese nel quale intende essere tesserato”. Nel 2016, inoltre, è stato varato il cosiddetto “ius soli sportivo”, secondo cui i minori stranieri residenti in Italia almeno dal compimento del decimo anno d’età, possono essere tesserati con le stesse procedure degli italiani. Certo, questo non vale per le nazionali giovanili, dove per essere convocati (razzismo!) occorre ancora essere italiani. Ma, con le leggi attuali, come sappiamo, lo straniero che nasce in Italia a 18 anni può diventare italiano e quindi aspirare all’agognata maglia azzurra. Esattamente come ha fatto Mario Balotelli, seppur con un itinerario personale un po’ più complicato. L’attuale giocatore del Nizza, infatti, è diventato pienamente italiano solo al compimento del diciottesimo anno di età, cosa che non ha bloccato minimamente la sua carriera calcistica, anche in azzurro. A quello ci ha pensato benissimo da sé.

Adriano Scianca

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6 Commenti

  1. Articolo molto intelligente e realistico, di difficile comprensione per i Cazzulli che pascolano pontificano e parlano a vanvera . Grazie.

  2. prima o poi bisognerà cinicamente indagare su questa “passione” per lo straniero -quasi sempre africano,occorre dirlo ?- da parte di qualche politico,qualche giornalista,qualche prete.

    non vorrei parlare di una incoffessabile sublimazione sessuale,ma è come se questi signori riconoscessero nell’africano (sotto le mentite spoglie di un buonismo umanitarista) una sorta di primato “genitale” da maschio alfa rintanandosi da soli nel confortevole quanto imbelle guscio ovattato dei “beta”;

    ricorda un pò quello famoso spot di coloreria italiana ove uno sfigatissimo italiano bianco-mutandato veniva buttato in lavatrice assieme a del colorante nero da una sorta di casalinga “irrequieta”; alla fine dal cestello emergeva una specie di “calciatore” muscoloso che tanto dovrebbe piacere ai cazzulli…

  3. Ci si è dimenticati della “fenomenale” prestazione della Nazionale islandese agli ultimi europei… Tutti bianchi! Tutti islandesi! So già che la prossima volta non vinceranno un cazzo e saranno tutte scimmie.

  4. Gli USA che sono N 1 al mondo per sport professionistici dove girano un sacco di soldi sono però N 3 al mondo come percentuale di obesità!!

    La Germania che hanno tanto vantato perchè ormai ha un ruolo dominante nel calcio europeo è N 4 al mondo come percentuale di obesità!!

    UK che hanno vantato perchè ormai hanno pure loro un ruolo importante
    nel calcio europeo è N 10 al mondo come percentuale di obesità ossia è
    comunque in Top 10 in questa speciale classifica sui tassi di obesità!!

    “Paesi con più alta percentuale di obesità nel mondo Classifica 2017″

    https://www.travel365.it/paesi-piu-obesi-mondo.htm

    E quindi se per una persona la correlazione fra attività sportiva più seguita dal pubblico di una determinata nazione e tassi di obesità in quella determinata nazione sono solo quisquilie, per carità libero di pensarla come vuole, ma a quel punto si può dire tutto e il contrario di tutto, anche che gli elefanti volano!!!

    Saluti.

    Fabrice

    PS ovviamente silenzio assoluto di Tv e giornaloni italiani la cui mission fondamentale invece è alimentare l’autorazzismo degli italiani h 24, ma che strane coincidenze………!!!

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