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banche-referendumRoma, 30 nov – Il balletto che si sta consumando sul referendum ricorda molto da vicino quello sulla Brexit. La posta in gioco è decisamente più bassa, ma ciò non ci impedisce di assistere a voli pindarici: si va dalle migliori cure contro il cancro alla disgregazione dell’Unione Europea, passando – è notizia degli ultimi giorni – alla devastante crisi bancaria che potrebbe investire l’Italia qualora la volontà popolare si esprimesse a favore del No alla riforma. A lanciare l’allarme è il Financial Times, che lancia un nuovo affondo: se il referendum non passasse “fino a 8 banche italiane, quelle con più problemi, rischiano di fallire”.

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Gli istituti individuati dal quotidiano britannico sono Monte dei Paschi di Siena, Banca Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Carige e le quattro coinvolte nell’improvvida applicazione del bail-in: Banca Etruria, CariChieti, Banca delle Marche e CariFerrara. Tutte queste banche sono accomunate da una serie di problemi strutturali legati ad episodi di malagestione del passato, i quali hanno gravato i bilanci di una marea di crediti deteriorati difficili da smaltire senza sofferenze che potrebbero realmente portarle a scomparire, fallendo o, più verosimilmente, venendo inglobate a prezzi da saldo da parte di altri soggetti. La crisi nella quale sono finite non è però una crisi finanziaria, se mai una crisi dell’economia reale: senza crescita (perché di crescita se si rimane nel mondo dello zerovirgola non si può parlare), i crediti concessi alle attività produttive sono statisticamente destinati ad essere non onorati in misura superiore rispetto alle capacità delle banche di sopportare il mancato rimborso.

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La crisi degli istituti di credito italiani, alle prese complessivamente con qualcosa come 200 miliardi di crediti deteriorati, ha dunque a che fare in parte con la recessione e, in altri casi, con gravi problemi gestionali. Due punti sui quali la riforma della Costituzione non insiste minimamente, se non per alcune prospettive di lungo, remoto termine: perché la Carta non è legge immediatamente applicabile, quindi anche qualora riuscisse (tutto da dimostrare) a rendere in qualche modo più fluido il sistema-paese, questo non accadrà nell’immediato. Immediata, invece, è la necessità delle banche di affrontare il problema, ad oggi messo sotto il tappeto con il solo fondo Atlante che, da solo e con la sua scarsa dotazione, non potrà mai dirsi risolutivo. A meno di interventi drastici e non ortodossi – intendendo come ortodossia il non intervento tenuto dall’Italia in questi anni, a differenza dei miliardi riversati dagli altri governi europei – come ad esempio il ministero dell’Economia che, in quanto azionista Mps post-conversione dei Monti bond, pensa di aderire all’aumento di capitale dell’istituto senese diventando fra i suoi principali azionisti, il nostro sistema bancario rischia dunque di saltare in ogni caso. A prescindere da come andrà il referendum.

Filippo Burla

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