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Roma, 19 set – Dopo la cattura di Gorlowka, l’unica città di una qualche importanza ancora in mano sovietica era Nikitowka. Il colonnello Chiaramonti, comandante dell’80° reggimento fanteria Roma della Pasubio, accertata la presenza in zona di tre divisioni sovietiche, prese l’iniziativa di occupare Nikitowka allo scopo di ridurre la falla tra lo C.S.I.R. e la 17a Armata tedesca (von Stülpnagel), che era circa cinquanta chilometri a nord. Malgrado la crescente opposizione sovietica, e malgrado avesse perso contatto con le truppe italiane, Chiaramonti continuò ad avanzare su Nikitowka, che occupò, ma a sua volta trovandosi isolato ed assediato dalla 74a divisione fucilieri[1], formata dal 189° e 360° reggimento fanteria e dal 307° artiglieria. Presto si sviluppò un violento scontro nella parte centrale della città. I fanti dell’80° riuscirono a respingere tutti gli assalti sovietici, ma le munizioni andavano esaurendosi al punto che sarebbe stato impossibile tentare di rientrare nelle linee italiane.



Decise allora di mantenere le posizioni in attesa di soccorsi, impedendo così l’infiltrazione sovietica nella falla tra lo C.S.I.R. e la 17.e ArmeeChiaramonti e i suoi resistettero sei giorni, perdendo cinquecento uomini; Messe definì semplicemente meravigliosa la resistenza dell’80° fanteria. Per sbloccare Nikitowka e permettere all’80° di rientrare nelle linee italiane tra Gorlowka e Rikowo venne deciso di tentare un’azione con il 79° Roma, gemello dell’80°, ed elementi del reggimento Lancieri di Novara, appoggiati da alcuni pezzi dell’8° reggimento Artiglieria. Tuttavia la reazione sovietica bloccò gli italiani ed un contrattacco li costrinse ad abbandonare l’azione. Non ebbero migliori risultati altri due tentativi compiuti il 10 e l’11 novembre con due battaglioni del 3° Bersaglieri in supporto[2].

Black Brain

Un nuovo tentativo ebbe luogo il 12. Punta di lancia dell’operazione doveva essere la 1a Compagnia del LXXIX° battaglione Camicie Nere d’Assalto della Tagliamento che avrebbe aperto la strada al 79° Fanteria. Il mattino del 12 novembre, appoggiati anche dalla caccia italiana che utilizzava il campo di aviazione di Stalino, i legionari attaccarono le linee sovietiche. Gli assalti delle Camicie Nere riuscirono finalmente ad aprire un varco nello sbarramento degli assedianti, anche se la pressione sovietica della 74a divisione non diminuì. Elementi del 79° fanteria raggiunsero quindi Nikitowka alle 14.30 congiungendosi all’80° reggimento[3]. Gli italiani resistettero sino a notte, quindi sotto una tormenta di neve le truppe di Chiaramonti e le forze che l’avevano soccorso rientrarono nelle linee italiane. Lo sblocco di Nikitowka era costato agli italiani centocinquanta morti, trentasei dispersi e più di cinquecentocinquanta feriti; tuttavia con la sua veramente eroica difesa Chiaramonti era riuscito ad evitare che il nemico si infiltrasse tra i tedeschi e lo C.S.I.R..

Il sette dicembre – il giorno dell’attacco giapponese a Pearl Harbour, per inciso – il comando della Tagliamento venne dislocato a Krestowka. Al comandante della Legione venne affidato il comando del fianco sinistro della Celere. Il nove truppe sovietiche tentarono due colpi di mano contro le posizioni tenute dai due battaglioni CC.NN.; un altro tentativo venne fatto il tredici dicembre contro il caposaldo di Nowaja Orlowka, presidiato dai legionari friulani della 2a compagnia del LXXIX° battaglione che respinsero le pattuglie avversarie infliggendo perdite. L’aumentata azione di pattuglie sovietiche faceva presagire che anche nel settore tenuto dagli italiani i sovietici stessero progettando un’offensiva. La ricognizione aerea e le pattuglie italiane rilevarono infatti l’arrivo nelle posizioni antistanti quelle della Celere di due divisioni sovietiche (la 136a e la 296a fucilieri) oltre ad un intenso traffico ferroviario e di automezzi.

I sovietici stavano dimostrando in quei giorni una ripresa offensiva totalmente inaspettata per L’Oberkommando della Wehrmacht. Già il 29 novembre, lungi dal darsi per vinti, avevano rioccupato Rostow; il dieci dicembre l’Armata Rossa passava all’attacco sul fronte nord, presso Leningrado, costringendo i tedeschi ad arretrare di cinquanta chilometri. L’offensiva si era estesa al settore centrale, dove i tedeschi dovettero ritirarsi di un centinaio di chilometri senza però che i sovietici riuscissero a raggiungere Smolensk, l’obbiettivo prefissato. Nel settore meridionale la STAVKA si proponeva di scardinare le armate di von Rundstedt all’altezza di Karkhov per avvolgere poi le armate avversarie schierate fino al Mar Nero ed impegnate nel settore del Mius da un grosso attacco che le avrebbe fissate sul posto. Il ciclo di operazioni sarebbe infine dovuto culminare con la rioccupazione del Chersonneso (Kersh), in Crimea, dove Sebastopoli continuava a resistere all’assedio rumeno- germanico.

L’offensiva, che iniziò il diciotto gennaio fallì questi obbiettivi, riuscendo solo a creare una grande sacca nel settore di Isjum. In questo quadro, i sovietici erano divenuti attivissimi dopo la sostituzione di Budjenni con il generale (poi Maresciallo dell’U.R.S.S.) Timoshenko, e venivano lanciando attacchi contro i settori del Gruppo Mackensen (III.e Ak), del XV.e Ak, del XLIX Gebirgskorps e dello C.S.I.R., alla ricerca della più agevole direttrice di penetrazione, dove effettuare lo sfondamento ed operare in profondità allo scopo di costringere l’Asse ad impegnare le proprie scarse riserve. Le ricognizioni sovietiche con cui si erano scontrate le Camicie Nere erano servite ai sovietici per rendersi conto come le truppe di presidio fossero scarse: cinque battaglioni del 3° reggimento Bersaglieri, quattro gruppi d’artiglieria e due battaglioni della Tagliamento.

Anche la volontà politica di infliggere una batosta alle truppe fasciste di Mussolini, i volontari in camicia nera, aveva un’importanza propagandistica notevole per i sovietici. I politruk avevano dato l’ordine di non far prigionieri i fascisti, e dell’ordine fecero le spese anche altri italiani, come quando i sovietici massacrarono tutti i feriti dell’ospedale da campo del 3° Bersaglieri caduto nelle loro mani. Inoltre venne deciso di attaccare il giorno di Natale, ritenendo che gli italiani quel giorno fossero maggiormente depressi e afflitti dalla nostalgia di casa, per di più in pieno inverno russo, e dunque meno inclini a battersi. Di questa insipienza psicologica probabilmente buona parte della responsabilità spetta ai fuoriusciti italiani a Mosca, in primis Togliatti e D’Onofrio, particolarmente attivi nella propaganda disfattista diretta ai nostri soldati al fronte[4].

Alle ore sei del mattino del 25 dicembre una pattuglia della 2a compagnia del LXXIX° comandata dal capomanipolo Codeluppi uscì dal caposaldo di Nowaja Orlowka diretta su Ploskj. Sulla zona infuriava una violenta tempesta di neve, che durò tutta la giornata e che impedì alle aviazioni italiana e sovietica di prendere parte alle operazioni. Usciti dal caposaldo Codeluppi notò forti nuclei avversari, vestiti con tute mimetiche, che, protetti dalla tormenta, erano diretti su Nowaja Orlowka e si affrettò a rientrare dando l’allarme. Si trattava degli interi battaglioni I° e II° del 692° reggimento fucilieri della 296a divisione di fanteria, i quali iniziarono l’attacco sia frontalmente che sul lato sinistro del caposaldo, appoggiati da due reggimenti d’artiglieria (530° e 813°), e varie unità di mortaisti. L’attacco fu durissimo, e alle 7.30 il centurione Mengoli trasmise al comando Legione il suo ultimo radiomessaggio: “Siamo attaccati sul fronte ed a sinistra. Urgono rinforzi”.

Dopo questo messaggio i collegamenti con Nowaja Orlowka si interruppero. Ai battaglioni attaccanti si unirono anche i cavalleggeri della 38a divisione di cavalleria, appoggiati dall’artiglieria e dal fuoco dei mortai da 102mm. Il comandante di compagnia, centurione Mengoli, era caduto, tutti gli ufficiali erano morti o feriti quando il capomanipolo Ezio Barale, l’unico ufficiale rimasto, nel momento culminante dello scontro, ordinò un contrattacco all’arma bianca con un pugno di superstiti. Separato dai suoi, si batté col pugnale finché non venne ucciso da una raffica[5]. Alle 6.30 il III° battaglione del 692° reggimento sovietico, appartenente alla 296a divisione fucilieri, preceduto da unità di cavalleria e appoggiato da artiglieria (un reggimento) e mortai da 102mm, attaccò il caposaldo di Malo Orlowka, tenuto dai friulani del LXIII° battaglione Camicie Nere, ma la reazione dei militi fu durissima, e l’attacco sovietico venne stroncato con forti perdite.

Una colonna della 136a, aggirata Ivanovka, si diresse su Mikhailowka, tenuta dalle Camicie Nere del LXXIX° battaglione. Lo scontro si fece feroce, tanto che le Camicie Nere si difesero anche con i pugnali – il Maresciallo Messe scrisse che la lotta è durissima, con frequenti scontri all’arma bianca[6] – ed il comandante della Tagliamento, il Console Nicchiarelli, dispose l’invio in rinforzo della 2a compagnia del LXIII° battaglione (centurione De Apollonia) che si trovava a Malo Orlowka, a dieci chilometri di distanza. De Apollonia ed i suoi uomini vennero attaccati però da un battaglione del 692° fucilieri forte di almeno seicento uomini, e dovette ripiegare su Krestowka. Intanto i sovietici si misero a massacrare i feriti dell’ospedale da campo del XVIII° in cui erano ricoverati Bersaglieri e legionari reduci da Nowaja Orlowka; il primo a venire ucciso fu il sottotenente Angelo Vidoletti che tentava di difendere i feriti (ebbe la Medaglia d’Oro alla memoria), poi gli altri vennero massacrati uno ad uno con un colpo alla nuca[7].

Fu un bersagliere ferito, riuscito a fuggire e nascosto da una donna ucraina, a raccontare lo svolgimento dei fatti quando, quarantott’ore dopo Ivanovka venne ripresa dagli italiani. Nel giudicare il trattamento inflitto dai tedeschi ai prigionieri sovietici andrebbero valutati episodi come questo, tutt’altro che infrequenti. Alle 15.45 anche Krestowka ed il comando della Tagliamento vennero attaccati dalla 296a divisione e dalla cavalleria della 38a divisione; a parte il plotone comando l’unica forza disponibile per la difesa era la compagnia del centurione De Apollonia che vi si era rifugiata dopo esser stata attaccata nella mattina. Data la pressione crescente, il comandante della Legione decise di ripiegare su Malo Orlowka, che continuava a resistere[8]. Venne formata così una colonna volante formata dal comando della Tagliamento, dal plotone comando del LXIII° battaglione armi d’accompagnamento, protetti dalla 2a compagnia del LXIII° battaglione CC.NN.; alla colonna si unì anche il II° Gruppo del Reggimento Artiglieria a Cavallo con una sezione cannoni da 20.

La colonna si aprì la strada verso Malo Orlowka, coperta dagli uomini di D’Apollonia e dall’artiglieria a cavallo in retroguardia. La situazione si fece subito pesante, poiché i sovietici premevano sulla 2a compagnia, supportata dal tiro ad alzo zero di una delle batterie delle Voloire, che insieme al fuoco intensissimo delle Camicie Nere costrinsero il nemico a ripiegare, tanto che gli artiglieri, una volta esaurite le munizioni, poterono attaccare i pezzi alle pariglie riprendendo il movimento verso Malo Orlowka che venne raggiunta alle 17 e trenta. Nella notte, il comando del C.S.I.R. e quello del XLIX.e Gebirgskorps decisero di passare alla controffensiva il giorno seguente, rioccupando Ivanovka e Nowo Orlowka. Oltre agli italiani sarebbe stata impiegata anche la riserva mobile del XLIX. e, composta dall’Infanterieregiment 318., da pochi carri del Panzerregiment 10. (per lo più Pzkw IIIG ed H, oltre a pochi Pzkw IVE)[9] e dal Fallschirmjägerregiment 2. (il cui uso però non era stato ancora autorizzato).

Ciò che più contava, come scrisse poi il Maresciallo Messe, era che “alla fine del primo giorno di battaglia l’attacco nemico è stato nettamente arginato e si è già iniziata in modo abbastanza soddisfacente la nostra reazione per ristabilire la situazione[10]. Il mattino del 26 dicembre riprese il contrattacco italo- tedesco; tuttavia i sovietici non avevano per nulla abbandonata la speranza di sfondare, e reiterarono gli attacchi nel settore della Tagliamento. Appoggiati da quasi tutti i panzer del Panzerregiment 10. i Bersaglieri del XVIII° battaglione ed due battaglioni (1. E 22.) dell’Infanterieregiment 318. rioccuparono Orlowko Ivanovka, escluso il lato settentrionale del villaggio. Nel frattempo i panzer arrivarono alla collina 331,7 e riuscirono a strapparla al 964° reggimento fucilieri, tenendola per un po’, ma alla fine venendo respinti dalla crescente pressione avversaria.

Quanto alla Tagliamento il LXIII° battaglione CC.NN. uscì dal caposaldo di Malo Orlowka per tentare di riconquistare le posizioni di Nowaja Orlowka perdute nella giornata precedente. Mentre le Camicie Nere avanzavano sotto la tormenta, vennero improvvisamente attaccate da truppe del 962° fanteria e da cavalleria (cosacchi della 68a div. Cavalleria) provenienti da Krestowka, che stavano muovendo all’attacco di Malo Orlowka. Il LXIII° ripiegò in fretta sulle posizioni di partenza, da dove riuscì a respingere i sovietici infliggendo al 962° forti perdite. Anche il LXXIX° battaglione CC.NN. e i Bersaglieri del XVIII° rimasti a presidio del caposaldo di Mikhailowka vennero investiti da almeno due battaglioni sovietici (II°/733°, III°/966° e forse anche truppe del 387° fucilieri) appoggiati dal tiro dei mortai da 102 e dall’artiglieria. Le Camicie Nere resistettero agli assalti, fino a quando l’arrivo di alcuni Pzkw III E del Panzerregiment 10. che rientravano da Ivanovka costrinse i fucilieri sovietici a sganciarsi. Nel pomeriggio però i sovietici scatenarono un violento contrattacco, respingendo prima i tedeschi e quindi gli italiani fuori dall’abitato. Il giorno ventisei si chiuse così senza particolari successi da parte italo- tedesca.

La mattina del ventisette il tempo era decisamente migliorato. Ciò permise sia all’aeronautica sovietica che al 22° Gruppo Caccia autonomo di fare la propria comparsa sui cieli del campo di battaglia. I caccia Macchi C.200 ebbero buon gioco contro gli I-16b, aerei decisamente più vecchi e che i piloti italiani, in molti casi veterani del conflitto spagnolo, conoscevano bene[11]. In tre giorni il 22° potè rivendicare quattordici vittorie[12]. Quel giorno venne deciso che la Legione Tagliamento avrebbe ripetuto l’attacco fallito il giorno precedente; per rafforzare le Camicie Nere vennero assegnati al LIII° battaglione CC.NN. del Primo Seniore Ermacora Zuliani i mortai della compagnia A.A. dell’81° fanteria Torino. Un battaglione del medesimo reggimento avrebbe affiancato proteggendolo il fianco sinistro del battaglione CC.NN.

L’azione ebbe inizio nella prima mattina, e i militi, coadiuvati dai fanti e da elementi dell’altro battaglione della Legione, il LXXIX° CC.NN., che mossero da Mikhailowka, rioccuparono verso mezzogiorno le posizioni di Nowaja Orlowka. Alle quindici, dopo un’intensa azione di mitragliamento e spezzonamento compiuta dal 22° Gruppo, le Camicie Nere insieme ai fanti tedeschi del 318. poterono riconquistare Ivanovka, dove scoprirono il massacro dei prigionieri e dei feriti compiuto dai fucilieri della 296a il 25[13]La spinta offensiva delle truppe di Timoshenko era ormai esaurita. Ciò non voleva però dire che i sovietici avessero rinunciato a combattere. Infatti nella notte due battaglioni del 964° della 296a fucilieri appoggiati da elementi del 733°/136a attaccarono strappando quota 331,7 costringendo i tedeschi a ripiegare entro la Linea Z.

La mattina del 28 il Console Nicchiarelli, comandante della Tagliamento, assunse il comando della riserva della 3a divisione Celere Amedeo duca d’Aosta. La situazione venutasi a creare con la perdita della quota 331,7 fece sì che il comando del XLIX Gebirgskorps, da cui la Celere dipendeva operativamente, ne ordinasse la riconquista. Alle nove e mezza della mattina il LXIII° battaglione Camicie Nere mosse alla conquista della quota, tenuta dal 964 reggimento della 296 e da elementi del 733° appartenente alla 136° divisione fucilieri. I legionari di Zuliani erano appoggiati da due Panzerkampfwagen III H del Panzerregiment 10, da due plotoni mortai da 81 e da due plotoni di cannoni da 47/32 del LXIII° battaglione A.A. Sassari della Tagliamento, e dal plotone mortaisti dell’81°. Dopo il bombardamento preliminare fatto dalle compagnie mortai, le Camicie Nere attaccarono prima con un fitto lancio di bombe a mano e poi all’arma bianca, e malgrado l’inferiorità numerica a mezzogiorno la collina 311, 7 era saldamente in mano italiana, mentre i fucilieri russi ripiegavano velocemente su Woroshilowa.

Sfruttando il momento favorevole, Zuliani ordinò il proseguimento dell’azione incalzando il nemico ed alle sedici anche l’abitato di Woroshilowa venne conquistato dalle Camicie Nere udinesi. A quel punto i sovietici lanciarono il 733° ed il 964° contro Woroshilowa, senza però riuscire a sloggiarne i militi, nelle cui mani il villaggio rimase saldamente. Il 29 dicembre i sovietici continuarono ad attaccare per riprendere Woroshilowa alle Camicie Nere del LXIII°; la lotta era aspra ma i legionari friulani tennero sino all’arrivo dei camerati del LXXIX° CC.NN. proveniente da Ivanovka. Anche il mattino del 30, prima dell’alba, la 296a fece un ulteriore tentativo di riprendere Woroshilowa, ma la Tagliamento respinse prontamente tutti gli attacchi; i fanti sovietici si impadronirono però della quota 331,7, tenuta da due plotoni dell’InfRgt 318[14], ciò che lasciò isolata a Woroshilowa la Tagliamento .

Data la temperatura, che scese sino a –35, anche le radio non riuscivano a funzionare. Il Console Nicchiarelli decise di tentare l’apertura di un varco con due plotoni arditi, ma il violentissimo concentramento di fuoco impedì ai plotoni di uscire dal paese. Alle sette del mattino uscì un plotone arditi comandata dal capomanipolo Menegozzo, che raggiunse la quota 331,7 impadronendosene con un colpo di mano che colse i sovietici totalmente di sorpresa. Menegozzo riuscì poi a raggiungere il villaggio di Ivanovskiy, mettendosi a rapporto con il vicecomandante della Celere ed esponendo la situazione in cui si trovavano le Camicie Nere. Venne allora decisa un’azione che precedeva lo sblocco di Woroshilowa e la riconquista di quota 331,7. Tale azione sarebbe stata compiuta dal battaglione di riserva della divisione, il XVIII° battaglione Bersaglieri, appoggiati dai pochi carri Pz III H del PzRgt10.

Quando però Bersaglieri e carristi arrivarono a quota 331,7 ebbero la sorpresa di trovarla non in mano sovietica ma presidiata dalle Camicie Nere della Tagliamento che avevano provveduto ad occuparla dopo il colpo di mano del plotone di Menegozzo, alleggerendo così la situazione di Woroshilowa. La battaglia di Natale era finita. L’offensiva di Timoshenko era stata stroncata sin dall’inizio grazie alla determinazione delle Camicie Nere della Legione Tagliamento e dai Bersaglieri del XVIII° che non avevano ceduto in situazioni climatiche difficilissime (– 43°, sotto tormente di neve) contro un nemico molto più numeroso.

[1]    La divisione fucilieri del 1941 aveva in organico 19.000 uomini; ogni reggimento aveva 2900 fra ufficiali e soldati; nel 1942 la divisione sovietica diminuì di dimensioni, riducendosi a 9500 uomini su 3 reggimenti (2500 uomini ciascuno) più un reggimento artiglieria, ma aumentando la potenza di fuoco (A. Mollo, The Armed Forces of World War II, London 1981, tr. it. Novara 1982, pp. 36- 37 e 168-169).

[2]    Messe 1963, p.161.

[3]    Ricchi, Striuli 2007, p.25.

[4]    Messe 1963, pp.20 segg., 360 segg.; si possono citare le parole di Togliatti: Non vi è mai stata alcuna guerra in cui una delle parti abbia commesso in modo consapevole delitti così efferati come quelli che commettono gli eserciti di Hitler e le bande di Mussolini.

[5]    Sulla morte del capomanipolo Barale si leggano le belle parole dedicategli dal Maresciallo Messe: Messe 1963, p. 189.

[6]    Ibid. p.190.

[7]

[8]    Nell’ordine di operazioni sovietico, Malo Orlowka veniva definita la prima tappa decisiva dell’offensiva (Messe 1963, p.190)

[9]    Il I battaglione del PzRgt 10 era stato creato il dodici ottobre 1937 come unità indipendente delle Heerestruppen; il 20 ottobre del 1939 venne istituito anche il II/PzRgt 10 ed il reggimento venne assegnato all’8.Panzerdivision. Nel gennaio 1941la Panzer- abteilung 67 divenne il terzo battaglione.

Il PzRgt 10 venne riassegnato alla 16. Panzerdivision nel maggio del 1942. Nel luglio del 1943 il PzRgt10 prese parte all’operazione Zitadelle, l’offensiva su Kursk, dopo che lo stab del reggimento aveva dato vita alla 10. Panzerbrigade.

Pierluigi Romeo di Colloredo Mels

NOTE

[10]   Messe 1963, p.192.

[11]   G. Massimello, G. Apostolo, Italian Aces of World War II, Oxford 2000, pp.80-81

[12]   Messe 1963, p.194. Per Giulio Bedeschi gli apparecchi sovietici abbattuti furono quindici: G. Bedeschi, Gli italiani nella Campagna di Russia del 1941 al 1943, in C. de Laugier, G. Bedeschi, Gli italiani in Russia. 1812. 1941- 1943, Milano 1980, p.205

[13]   Contrariamente a quanto spesso affermato, i Bersaglieri del XVIII°/3° non presero parte alla riconquista di Ivanovka, rientrandovi solo il 29, dopo aver dato il cambio al LXXIX° btg CC.NN.

[14]   Sembrava un copione già scritto: i tedeschi perdevano la quota e gli italiani la riconquistavano; non appena in mano tedesca, tornavano i sovietici e la quota era ripresa.

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