Roma, 15 set – Tra la fine del VIII e l’inizio del XI secolo, i vichinghi, come noto, scoprirono l’America ben prima di Cristoforo Colombo. Ma come facevano le imbarcazione scandinave a navigare in mare aperto per centinaia di chilometri senza la bussola, che sarà inventata solo nel XIII secolo? Orientandosi col sole, è ovvio. E quando era nuvoloso? Domanda non peregrina, visto il clima del Nord Europa. Secondo la leggenda, i vichinghi trovavano il nord grazie a delle misteriose “pietre del sole”. Uno studio ungherese pubblicato mercoledì in Proceedings of the Royal Society A ha cercato di far luce su queste misteriose pietre dalle capacità apparentemente portentose.

“Oggi conosciamo con esattezza questo metodo di navigazione con qualsiasi copertura nuvolosa, a prescindere dalla posizione del sole nel cielo”, ha spiegato Denes Szaz, dell’università Loránd Eötvös di Budapest, coautore dello studio. Già nel 1967, l’archeologo danese Thorkild Ramskou aveva ipotizzato che le “pietre del sole” potessero essere composte di calcite, cordierite o tormalina. Si tratta di minerali che, correttamente orientati, permettono di scoprire dove si trova il sole anche con il cielo coperto. In pratica, sfruttando un cristallo in grado di depolarizzare la luce, è possibile calcolare la posizione di immaginari “anelli” intorno al sole nascosto. “Da allora, questa teoria è stata accettata e frequentemente citata senza che qualcuno abbia mai misurato l’effettiva precisione di questo metodo di navigazione”, spiega Denes Szaz.

Gli studiosi ungheresi hanno quindi messo alla prova le proprietà “magiche” di queste pietre. Sono state effettuate 1080 misurazioni per ciascuna delle tre pietre, con ogni condizione meteorologica e con il sole in varie posizioni nel cielo. Il risultato degli studiosi è che, “in generale, la calcite permette una navigazione più precisa della cordierite e della tormalina”. Questo minerale è infatti caratterizzato dalla “birifrangenza”, cioè dalla scomposizione di un raggio di luce in due raggi, che avviene quando esso attraversa particolari mezzianisotropi, a seconda della polarizzazione della luce. In altre parole, la luce che attraversa la calcite è divisa in due “fasci”, che formano una doppia immagine sul lato più lontano. La luminosità di ciascuna immagine dipende dalla polarizzazione della luce. Dunque, facendo passare della luce attraverso la calcite e cambiando l’orientamento del cristallo fino a che le proiezioni dei raggi sono ugualmente brillanti, è teoricamente possibile rilevare gli anelli concentrici della polarizzazione e di conseguenza la posizione del sole.

Le “pietre del sole” raggiungono il massimo dell’affidabilità quando il cielo non è totalmente coperto e il sole si trova tra 35 e 40° al di sopra dell’orizzonte nel solstizio d’estate o due ore prima di mezzogiorno all’equinozio di primavera. Quando il sole è più alto nel cielo, invece, è più difficile orientarsi. Lo stesso vale quando il cielo è totalmente coperto. Già nel 2011, un team di scienziati dell’università francese di Rennes aveva provato a costruire una “sunstone” utilizzando un frammento di calcite proveniente dall’Islanda, inserendola in un dispositivo di legno così che i fasci di luce provenienti dal cielo si riflettessero nel cristallo passando attraverso un piccolo foro e venissero proiettate le due immagini su una medesima superficie per confrontarle. Lo stesso esperimento è stato successivamente ripetuto in una giornata completamente nuvolosa prendendo le misure da un punto della Terra in cui conoscevano esattamente la traiettoria dei raggi del sole. Ora gli studiosi stanno cercando di capire se questa affidabilità parziale sia stata sufficiente per permettere ai vichinghi di raggiungere l’America in tre o quattro settimane di navigazione.

Giuliano Lebelli

1 commento

  1. …molto probabile che in America ci siano arrivati per caso, spinti da una tempesta. Colombo ci arrivò per deduzione. Dfeerenza non certo da poco. Una ‘bussola ti dice la direzione, non quello che c’è oltre l’orizzonte.
    PS quando si misurano le distanze, riferendosi al mare, si parla di miglia marine non di chilometri.

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