Roma, 14 giu – La Lega rischia di uscire dal giro dei partiti maggiori. E non era scontato, nonostante il crollo di consensi degli ultimi due anni.

Ecco perché la Lega rischia di uscire dal giro dei partiti maggiori

Il 34% delle elezioni europee del 2019 è ormai un lontano ricordo, ma per meglio dire un miraggio. In tre anni il Carroccio non solo ha dimezzato i consensi, ma li ha portati ancora più giù, e non ce lo dicono soltanto le elezioni comunali, dove la Lega prende meno del “rivale” Fratelli d’Italia praticamente ovunque, ma anche gli ultimi sondaggi politici pubblicati qualche settimana prima del voto, che la attestano intorno al 15% dei voti, come riportato anche dal Foglio. Ben diciannove punti in meno di quel giugno clamoroso, quando il Carroccio si avvantaggiò di una politica almeno minimamente coraggiosa su un tema molto “caldo” come quello dell’immigrazione clandestina di massa e, anche per questo, raccolse un seguito mai visto nella sua storia.

Il livello è decisamente “di guardia”, se non oltre, dal momento con questo ritmo non è da escludere un posizionamento alle politiche addirittura su soglie intorno al 10%, se non ancora più basse. La Lega è passata da primo partito della coalizione di centrodestra a comprimario di Giorgia Meloni, e in tempi piuttosto rapidi. Il rischio è molto maggiore del semplice ridimensionamento. Esiste una possibilità – ripetiamo, per nulla scontata prima di adesso – che il partito esca dal “giro dei maggiori” nei prossimi tempi. E i motivi sono sconfortanti e incoraggianti al tempo stesso.

Un insieme di valori buttati nel tritacarne delle maggioranze

Tralasciando la “questione Papeete”, sulla quale si può discutere all’infinito, forse è giusto partire dall’elemento più sconfortante: aver letteralmente gettato al mare una serie di questioni politiche evidentemente molto sentite da una parte del popolo italiano. Su tutte, ovviamente, quella dell’immigrazione di massa. Ma non solo: l’anti-europeismo, un approccio economico che almeno in alcune correnti del Carroccio era di impronta più statalista che liberista (senza negare la seconda componente, da sempre presente in alcuni gruppi del partito), un certo conservatorismo valoriale sulle questioni etiche ad oggi semplicemente ignorato, perfino una forma di blando patriottismo limitata quanto si vuole, ma di cui una Nazione morente come l’Italia necessita lo stesso, anche se sono briciole. Ebbene, la Lega negli ultimi due anni ha eliminato o messo in secondo piano certe questioni dalla sua agenda politica: l’emorragia di consensi non ha molte altre spiegazioni. Salvini ci ha provicchiato, qualche giorno fa, con il suo attacco alla Bce, ma resta una goccia nell’oceano dell’indifferenza.

Si dirà, qual è l’elemento incoraggiante in questo disastro? Per quanto sembri assurdo, esiste nel semplice fatto che in quel remoto giugno, il 34% degli italiani ha votato anche per quei temi che nella società globale e nello stivale morente di oggi vengono considerati inesistenti. Quel nutrito gruppo ha smesso di farlo quando non li ha “respirati” più. Significa che, a livello popolare, c’è per lo meno qualcosa su cui lavorare. Non si tratta di una questione di poco conto. Per il resto, la Lega paga l’ingresso nel governo Draghi e il ripiegamento sulle posizioni della gestione – Covid, che le hanno fatto perdere tanto credito agli occhi degli elettori. Un partito che ha scelto, senza troppi giri di parole, gli industriali del Nord Est. In termini di voti di sicuro non gli è convenuto.

Stelio Fergola

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