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Roma, 2 mag – Oggi ricorrono i 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci, uno dei più celebrati artisti del Rinascimento e di ogni tempo. Capolavori come la Gioconda, L’ultima cena o l’Uomo vitruviano fanno indiscutibilmente parte dell’immaginario artistico mondiale. Chi pensa «arte», infatti, non può che pensare a Leonardo. Ma il genio nato nel 1452 ad Anchiano (frazione di Vinci) non fu solo artista brillante e poliedrico, ma anche uomo di scienza totale. Non c’è ambito del sapere a cui Leonardo non si sia dedicato: astronomia, paleontologia, anatomia, ingegneria, architettura, idraulica, musica, alchimia, letteratura e così via. Insomma, Leonardo fu veramente un «genio universale» e come tale oggi è unanimemente riconosciuto. Di più: la sua figura è indissolubilmente legata all’Italia, ossia alla terra che lo generò. Chi pensa a Leonardo pensa all’Italia e, viceversa, chi pensa all’Italia pensa a Leonardo.

I meriti del fascismo

Quello che molto raramente viene evidenziato, tuttavia, è che la fortuna di Leonardo come «genio universale» fu consacrata definitivamente dal fascismo. Se il pittore era già riconosciuto come uno dei giganti dell’arte mondiale, l’immagine del Leonardo inventore e precursore di fondamentali opere tecnologiche moderne, infatti, si impose definitivamente nell’immaginario collettivo solo negli anni Trenta grazie all’impegno culturale del Regime. Questo fatto, benché poco noto al grande pubblico, è stato ormai riconosciuto dalla storiografia. Tanto che l’anno scorso il Museo della Scienza e della Tecnica di Milano ha dedicato a questo tema un’esposizione dal titolo Leonardo 39: la costruzione di un mito.  

Leonardo «genio italiano»

Il titolo dell’esposizione fa riferimento al momento culminante di questo processo di consacrazione della fama di Leonardo in quanto genio universale, e cioè alla Mostra di Leonardo da Vinci e delle invenzioni italiane. L’evento ebbe luogo dal 9 maggio al 30 settembre del 1939 al Palazzo dell’Arte di Milano, e rimane senz’altro il più grande evento vinciano mai realizzato: vi furono esposti numerosi dipinti, codici, disegni e, inoltre, furono costruiti per l’occasione molti modelli di macchine ricavati con grande acribia filologica dai disegni di Leonardo. L’evento, peraltro, si inseriva in una più vasta celebrazione dei risultati ottenuti dalla scienza e dalla tecnologia italiana, culminando in un pannello che riportava una nota citazione mussoliniana: «Noi non siamo imbalsamatori di un passato, ma siamo gli anticipatori di un avvenire». Era pertanto evidente, in pieno periodo autarchico, l’intento patriottico di dar lustro – non senza qualche piccola forzatura – al «genio italico» e ai primati raggiunti dalla scienza nazionale.

Il pannello con la citazione di Benito Mussolini alla mostra dedicata a Leonardo da Vinci nel 1939

I modelli costruiti per la mostra faranno poi il giro del mondo, approdando a New York nel 1940 e a Tokio nel 1942. Il mito del Leonardo «genio universale» era ormai consacrato. In questo il fascismo si impose come il culmine di una tradizione che affonda le sue radici nel Settecento: come ha spiegato Marco Beretta, storico della scienza dell’Università di Bologna, «la scoperta del Leonardo scienziato avviene in un momento preciso, quando Napoleone porta in Francia tutti i codici dell’Ambrosiana. Mentre a Milano erano rimasti sostanzialmente sepolti e dimenticati, a Parigi questi entrano in biblioteche facilmente accessibili e divengono oggetto di attenzione». Un ruolo fondamentale fu svolto in questo senso da Giovanni Battista Venturi, il primo che studiò i codici e nel 1797 pubblicò l’Essai sur les ouvrages physicomathématiques de Léonard de Vinci. Si tratta di «un testo in francese, in cui però già si rimarca il ruolo dell’Italia nelle scienze, individuando in Leonardo un primato italiano».

Un successo mondiale

«Il secondo momento fondamentale – continua Beretta – è l’opera di Guglielmo Libri che intorno al 1840 pubblica, ancora in francese, la Storia delle Scienze Matematiche in Italia dal Rinascimento al XVII secolo. Libri ristudia i codici francesi e l’Atlantico, nel frattempo restituito all’Ambrosiana. Anche lui ne resta stupito e pubblica in appendice ampi estratti delle carte leonardesche. È inoltre il primo a sollecitare un’edizione di tutti i manoscritti. Anch’egli però non rinuncia a individuare anticipazioni che fanno di Leonardo un divinatore del metodo sperimentale». Insomma, il fascismo non inventò nulla – come suggerisce il titolo un po’ «decostruzionista» dell’esposizione milanese del 2018 – ma seppe indiscutibilmente restituire a Leonardo il posto che gli spetta di diritto nella storia delle arti e delle scienze.

Valerio Benedetti

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