Roma, 17 feb – «Facile cosa è a l’omo farsi universale», diceva Leonardo da Vinci, e alla mente sovviene subito l’Uomo vitruviano, la celeberrima rappresentazione davinciana delle proporzioni ideali del corpo umano, inscritto nelle due figure simboliche del cerchio e del quadrato, cioè del cielo e della terra, del principio e della sua manifestazione. Questa aspirazione all’universalità rappresenta bene lo spirito del Rinascimento fissata in modo indelebile sulla carta nel celebre studio di Jacob Burckhardt.

«Leonardo», scriveva Karl Jaspers nella sua conferenza su Lionardo als Philosoph, tenuta nel Kunsthistorisches Seminar dell’Università di Basilea, «realizza un’universalità, l’amore della quale, al pari del sole, splende su ogni cosa. E tale universalità ha un solo confine: quello del contemplare attivo. La sua portata sta nel fatto che pur immergendosi nella storicità dell’agire non si lascia chiudere in alcuna limitazione. Quella di Leonardo non è, dal punto di vista della concezione del mondo, una battaglia contro la chiesa o contro potenze politiche o contro una fede. Egli stesso non si sente legato ad alcun sistema del pensiero filosofico, ma vive con uno sguardo sconfinatamente aperto a tutto quanto possa sopraggiungere».

L’universalità di Leonardo

Un altro filosofo tedesco, Friedrich Nietzsche, annoverava Leonardo tra «quegli esseri magicamente inafferrabili e impenetrabili, quegli uomini enigmatici, predestinati alla vittoria e alla seduzione». A suo giudizio Leonardo «è stato forse il solo di questi artisti [Michelangelo, Raffaello] ad aver avuto uno sguardo veramente sovracristiano. Egli conosce “l’oriente”, quello interno altrettanto bene di quello esterno. C’è in lui qualcosa di sovraeuropeo e di taciuto, qualcosa che è tipico di chiunque abbia contemplato una cerchia troppo vasta di cose buone e cattive».

In questo senso, l’universalità dell’uomo ricercata da Leonardo, ma, diremo, anche l’universalità dello stesso uomo Leonardo, ricorda quell’«uomo moltiplicato» che verrà cantato, diversi secoli dopo, da Filippo Tommaso Marinetti. Un uomo che crede «alla possibilità di un numero incalcolabile di trasformazioni umane» e che è convinto «che nella carne dell’uomo dormono delle ali». Un uomo ben piantato nella natura, sempre disposto a esaminare e perlustrare l’animalità che è in lui; ma al tempo stesso sempre pronto a farsi dio.

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Leonardo e la macchina

C’è, inoltre, in Leonardo un’attrazione per la macchina, per la tecnica, per il meccanismo, che innalza la materialità dei suoi marchingegni a espressioni spirituali. Questa voluttà della soluzione tecnologica, questa capacità di guardare la realtà e scorgervi problemi che mettono alla prova l’ingegno umano, è davvero tipicamente italiana. Ma esprime forse anche qualcosa di più: non solo lo spirito di un popolo, ma il senso di un’intera civiltà. Le due cose, del resto, non sono in contraddizione: la migliore italianità è quella che è propriamente se stessa solo quando guarda al di là di se stessa.

In questo senso, le polemiche di qualche tempo fa, in seguito al maldestro tentativo di una rete televisiva francese di accreditare un’origine transalpina del genio toscano, erano sì giustificate dall’annessione indebita, ma anche tutto sommato miopi. Leonardo non era francese, ovviamente, anzi, era italianissimo, esprimeva quanto di meglio abbia mai espresso l’italianità creativa; ma allo stesso tempo non è abusivo vedere in lui una tipica espressione dell’homo europaeus, dell’europeo eterno, dell’uomo faustiano, scopritore, inventore, sperimentatore. Un grande europeo, poiché grande italiano.

Adriano Scianca

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