Roma, 16 mag – John Wayne razzista e omofobo, in Mary Poppins si faceva uso del blackface, per non parlare dell’Ovetto Kinder, Pippi Calzelunghe e Il Signore degli Anelli: tutti aberranti esempi di prevaricazione e suprematismo bianco da condannare ed estirpare. E ad aggiungersi all’elenco di pellicole messe all’indice dai Torquemada del politically correct da oggi c’è nientemeno che Lilli e il vagabondo, cartone animato Disney che ha allietato generazioni di bambini. Cosa potrà mai contenere di tanto terribile la tenera storia d’amore di due cagnolini? I gatti siamesi. I gatti siamesi Si e Am, colpevoli di cantare una canzone carica di stereotipi offensivi per le persone di razza asiatica: il motivetto orientaleggiante, le “r” pronunciare come “l”, gli occhi troppo a mandorla.

I due mici, che nel cartone animato del 1955 danno più di un grattacapo a Lilli, risulterebbero troppo stereotipati e offensivi. Soprattutto, troppo ambigui e perfidi per rappresentare l’Oriente, se si considera  l’importanza del mercato asiatico per i film hollywoodiani contemporanei. Come se noi italiani dovessimo offenderci ogni volta che Hollywood estrae dal cilindro qualche cliché su mafia, cucina, mandolini, pastasciutta. E quindi, nel remake del cartone animato, i personaggi verranno sostituiti e la canzone riscritta: “Disney avrebbe in programma di sostituire gli stessi due personaggi ma non è dato al momento sapere con quali altri animali. Nell’originale Lilli e il vagabondo la canzone era interpretata da Peggy Lee, che doppiava entrambe le voci dei gatti Si e Am”, si legge su Movieplayer.

Cristina Gauri

 

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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

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