Roma, 7 nov – Sfruttare il poco gas e petrolio italiano di cui disponiamo doveva attendere per forza una crisi energetica mondiale? La domanda è lecita, se si riflette sulle stime e i numeri riguardanti i giacimenti nel mar Adriatico.

Per sfruttare il gas nell’Adriatico serve una crisi mondiale?

Si parla di una possibile autonomia di circa il 20% del fabbisogno nazionale per quanto riguarda il gas e del 10% per ciò che concerne il petrolio. La domanda è popolare, genuina, da semplice cittadino prima ancora che da giornalista: queste risorse fanno schifo? Il banale quesito nasce semplicemente da una considerazione oggettiva sull’autonomia nazionale. Il 20% del gas non sarà un quantitativo enorme, ma per quale motivo non si dovrebbe sfruttare? Perché non poter incidere almeno in minor parte sui costi delle bollette ai cittadini?

Ci vuole un’emergenza per muoversi?

A quanto pare, sì. L’Italia è un Paese talmente bloccato e ingessato nelle sue contraddizioni che solo la guerra in Ucraina e le conseguenti speculazioni sui prezzi delle fonti energetiche hanno iniziato a far smuovere – in tutti i sensi –  le acque, nella fattispecie quelle dei propri mari, dopo decenni di discussioni inutili e dannose. Così, il governo Meloni prova a trivellare per estrarre un potenziale di 80 miliardi di metri cubi di gas. Bene, anzi, benissimo. Ma sfruttare il gas nostrano non dovrebbe essere un’iniziativa isolata di uno specifico esecutivo. Al contrario, dovrebbe essere un approccio irrinunciabile nel faticoso tema dell’indipendenza energetica. Perché un Paese povero di materie prime è obbligato ancora di più rispetto a chi ne è ricco, a trarre tutto ciò che può dal proprio territorio.

Stelio Fergola

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