Roma, 7 nov – Una ferita ancora aperta, uno strappo mai accettato e che continua a bruciare nel cuore dei Balcani. Le ultime, imponenti, proteste della minoranza serba in Kosovo sono come un’assordante fischio di una pentola a pressione abbandonata a se stessa e che potrebbe trasformarsi in una bomba non più gestibile. Derubricare il tutto a mera contestazione per la vecchia imposizione di targhe kosovare al posto di quelle serbe rischia dunque di allontanarci da una realtà esplosiva. E’ una rabbia mai sopita, che viene da lontano e che ha portato adesso migliaia di manifestanti a scendere in piazza nella città di Mitrovica, per affermare la loro appartenenza alla Serbia e il netto rifiuto delle istituzioni di Pristina.

“Questa è Serbia”: lo slogan che rompe il silenzio in Kosovo

Circa 10mila persone che da anni denunciano pesanti discriminazioni, sfocianti in ghettizzazione ignorata da buona parte dei media internazionali. Ed è bastato uno slogan gridato a gran voce da quelle persone scese in piazza per scuotere dal torpore chi si cullava nell’illusione di Balcani ormai stabili, normalizzati dall’arbitrio miope d’Oltreoceano, tracciante confini porosi e Stati traballanti: “Questa è Serbia”.

“Basta. Basta con gli abusi, i maltrattamenti, l’oppressione e le violazioni dei diritti dei serbi in Kosovo”, ha urlato Goran Rakic, ministro delle Comunità regionali e leader della Lista serba, partito serbo in Kosovo appoggiato dal governo di Belgrado. Parole dure, culminate con le dimissioni in blocco di politici e funzionari serbi in Kosovo, che il presidente della Serbia, Aleksandar Vucici, ha definito “storiche”.

A un passo dalla guerra

Sabato scorso si sono dimessi quattro sindaci di comuni a maggioranza serba, diversi agenti di polizia, membri del Parlamento, magistrati. Si è dimesso pure Goran Rakic, suddetto ministro serbo del governo kosovaro guidato da Albin Kurti. Nei giorni scorsi l’esecutivo di Belgrado si è scagliato contro Germania e Francia, bollando come “inaccettabile” la loro proposta di normalizzare i rapporti con il Kosovo. Ora il rischio di una nuova guerra nel cuore dei Balcani appare evidente a tutti, da scongiurare a qualunque costo eppure lì, a un passo.

Eugenio Palazzini

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