NEjndvqIGadsmm_2_aRoma, 11 gen – “Salute a te Macbeth, barone di Glamis! Salute a te Macbeth, barone di Cawdor! Salute a te Macbeth, futuro Re!”. Justin Kurzel, regista al debutto nei kolossal del cinema – l’esordio alla regia è avvenuto nel 2011 con il meno conosciuto Snowtown, thriller che gli era valso l’AACTA Award per la miglior regia, il premio cinematografico più ambito in Australia – con questa versione del Macbeth di Shakespeare ci ha regalato un piccolo gioiello. Chi temeva una rielaborazione personale, anche se di rielaborazioni ottime delle opere shakespeariane ne abbiamo avute molte, basti pensare al capolavoro Titus di Julie Taymor o anche semplicemente a Il Trono di Sangue di Kurosawa, ha potuto tirare un sospiro di sollievo. Anche chi temeva un riadattamento “liberamente tratto”, con l’opera utilizzata solo come canovaccio di sfondo per “lasciare spazio ai protagonisti” – leggi introspezione psicanalitica esistenzialista sull’evoluzione emotiva dei personaggi, ovvero il male assoluto – ha potuto godersi lo spettacolo: questo Macbeth è esattamente il Macbeth di Shakespeare. E anche chi temeva il confronto con altri storici adattamenti cinematografici, come quello di Orson Welles o quello di Roman Polanski, alla fine è rimasto soddisfatto. Perché pur lasciando quasi inalterati dialoghi, scene e atti, Kurzel riesce a dare un’impronta del tutto originale al film.

Il regista australiano riesce quasi ad abbattere il confine tra teatro e cinema, creando di fatto un genere del tutto nuovo e sperimentale senza essere la classica mattonata nelle gonadi di chi prova a fare l’intellettuale impegnato. Gli attori protagonisti, un Michael Fassbender da Oscar che riesce quasi a superare la sua prova di Hunger, in cui aveva interpretato un Bobby Sands da brividi, e una Marion Cotillard che in ogni film lascia senza fiato per bravura, bellezza e fascino, si esaltano in una recitazione teatrale da applausi a scena aperta che sembra eseguita dal palco del Globe. A fare da cornice al loro talento, Kurzel mette le atmosfere cupe di una Scozia fredda, ventosa e nebbiosa, dove fumo e cenere permeano l’aria e con un cielo perennemente basso e plumbeo in cui il sovrannaturale e l’angoscia attanagliante sono al loro posto naturale. Le musiche di Jed Kurzel, fratello minore del regista, che riprendono le tradizionali bagpipes scozzesi e i ritmi celtici, incalzano come sottofondo rendendo ancor più cupamente nordiche le atmosfere e fondendosi in una perfetta alchimia con le scene. In tutto questo le geniali trovate di regia di Kurzel senior rendono unico il film, anche se a tratti forse un po’ pesante da seguire: cambi di inquadratura repentini quando appare il sovrannaturale (le streghe e i fantasmi) che rendono irreale la scena, primi piani improvvisi e quasi “scollegati” dalla scena principale nei monologhi interiori dei personaggi, che così prendono davvero vita in un’altra dimensione, stacchi improvvisi e singhiozzanti nelle scene di sangue e follia che rendono ancora più irrazionali i momenti di squilibrio e furia omicida di Macbeth. macbeth

Anche la scelta personalissima di realizzare la profezia della sconfitta di Macbeth (“Non temere, Macbeth finché il bosco di Birnam non arrivi a Dunsinane”) tramite un incendio che porta le ceneri infuocate di Birnam a Dunsinane, mentre nella tragedia originale i soldati del legittimo re di Scozia, in marcia verso Dunsinane, si mimetizzano con i rami e le foglie del bosco di Birnam sembrando così una foresta che avanza, scena che sarebbe apparsa forse troppo forzata in un film, risulta azzeccata e geniale. Così come la scena finale che vede il piccolo Fleance, figlio di Banquo e secondo la leggenda avo di Giacomo I, che dopo aver estratto la spada di Macbeth dal suolo – scena che ricorda il giovane Artù che estrae la spada dalla roccia in cui il padre Uther folle di hybris l’aveva conficcata – si dirige verso un orizzonte rosso di gloria facendo presagire il compimento anche della sua misteriosa profezia (“Salute a te, Banquo, meno grande di Macbeth, e più felice tuttavia… pur se tu re non sarai, dopo la morte di Macbeth sarai padre di re”) tanto cruciale per la caduta nella follia di Macbeth. Prende così vita un piccolo gioiello che è insieme un film e una rappresentazione teatrale, una perfetta fusione in cui i due generi si compenetrano e superano. Ma se dobbiamo assolutamente plaudire alla fase “tecnica” della regia, bisogna tuttavia sottolineare una pecca che purtroppo non può essere considerata secondaria. Kurzel nella creazione del suo piccolo gioiello sembra infatti perdere alcune basi fondamentali dello spirito shakespeariano dell’opera.

C’è da dire che Marion Cotillard riesce perfettamente a trasmettere l’idea della femminilità incrudelita e furiosa che avvelena lo spirito, così come Michael Fassbender è letteralmente perfetto nella parte del guerriero forte e quasi barbarico che fallisce nel diventare qualcosa di “più alto”, facendosi devirilizzare dalla donna avvelenata e avvelenatrice e cadendo in una furia sanguinaria e folle, rappresentando così in maniera sublime la caduta e l’inversione della seconda funzione, quella appunto guerriera, che usurpa la vera regalità. Anche il tema Volontà/Destino e la dualità tra chi compie il proprio destino e chi invece lo subisce divenendone schiavo sono ben delineati. Eppure l’altro tema, quello principale, quello della virilità guerriera che rinnova e restaura la regalità – in senso arturiano, non ottocentesco – purtroppo manca. Di fatto manca Macduff, personaggio archetipico “non nato da donna” (virilità assoluta in contrapposizione con quella devirilizzata e corrotta di Macbeth), colui la cui “voce è la spada” (altro simbolo che rappresenta la padronanza del Verbo e dell’Assialità di colui che ha realizzato se stesso), colui che decapita il re fasullo e rimette sul trono quello legittimo. Macduff nel film se non è propriamente un personaggio secondario è comunque troppo in secondo piano. marioncotillard

L’attore britannico Sean Harris, per quanto bravissimo, manca innanzi tutto del physique du rôle del guerriero perfetto, poi perde molto nel confronto con Fassbender a cui viene regalata tutta la scena. Inoltre, inspiegabilmente, nel film manca del tutto la parte in cui il legittimo re Malcolm lo mette alla prova rivelando la sua incorruttibilità e rettitudine. E anche nel duello finale con Macbeth viene dato troppo spazio al protagonista folle, facendo risultare Macduff un vincitore quasi casuale e quasi solo per la scelta stessa di un Macbeth che si arrende volontariamente al proprio destino. In più resta inspiegabile, o più che altro ingiustificabile, la scelta di far diventare quattro (!) le tre streghe che appaiono e svaniscono tra le brume della brughiera, scollegandole così con il mito delle tre Norne a cui Shakespeare si ispirò. Ma nonostante questa pecca che comunque resta gravissima, il film va comunque promosso per tutto quanto detto in precedenza. E di certo è un ottimo biglietto da visita per il prossimo film in cui rivedremo insieme il trio Kurzel/Fassbender/Cotillard, ovvero l’adattamento cinematografico della fortunatissima saga videoludica Assassin’s Creed in uscita a dicembre 2016, sicuramente meno impegnato del Macbeth shakespeariano ma che se si manterrà agli stelli livelli di regia e recitazione rischierà di essere un altro gioiello.

Carlomanno Adinolfi

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