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Roma, 8 feb – Dopo le accuse di razzismo alla pellicola di Mary Poppins, la “psicosi blackface” continua a mietere vittime e colpisce nientemeno che la casa di moda Gucci. Ricordiamo che la blackface è l’usanza, andata in voga nella seconda metà dell’800 negli Stati Uniti, di dipingersi viso e corpo di nero, truccandosi in modo marcatamente non realistico per assumere le sembianze stilizzate di una persona di pelle nera. Una pratica considerata ai giorni nostri retaggio degli Stati Uniti dell’epoca segregazionista, e che tendeva a ridicolizzare gli afroamericani e dipingerli come pigri, superstiziosi, pavidi e buffoni. Ai giorni nostri l’utilizzo della blackface è quindi considerato inaccettabile e razzista dai gendarmi del politically correct. Ma che avrà fatto di male la maison Gucci per farsi bollare come suprematista bianca?

Il maglione della discordia

Un maglione nero che copre metà del viso, con una grande bocca rossa dipinta attorno a una fessura per mostrare la bocca di chi lo indossa. Un design che a qualcuno ricordava un po’ troppo, per l’appunto, la pratica di dipingersi il volto per scimmiottare gli ex-schiavi africani. La psicosi, come sempre accade, si è diffusa a macchia d’olio sui social, fino a diventare una vera e propria bufera di critiche; Gucci non ha avuto altra scelta che genuflettersi, scusarsi con le prossime 15 generazioni di afroamericani (e le 15 precedenti) attraverso un comunicato su Facebook e ritirare dalle vendite il maglione “razzista”. La maison spiega che l’incidente va considerato “un potente momento di insegnamento, una lezione per il team Gucci”, e si impegna a “promuovere maggiormente la diversità” nelle sue creazioni. Il “caso Gucci” arriva dopo che a dicembre Prada si era vista costretta a ritirare la linea di accessori a forma di animaletti Pradamalia, perché secondo alcuni, uno di questi, la scimmietta Otto, assomigliava un po’ troppo alle caricature razziste delle persone di colore. Avere a che fare con i paladini del politically correct, ormai, è come camminare sopra una cristalleria.

Cristina Gauri

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3 Commenti

  1. Erano noti come “minstrel shows”; vedevano attori travestiti da negri. che si esibivano in numeri musicali. Gli ultimi andarono in scena negli USA (ma anche in Inghilterra) durante gli anni ’60. In realtà non vi era nulla di così marcatamente razzista, e spesso gli spettatori erano gli stessi afroamericani.
    Questa ossessione del politically correct sta distruggendo tradizioni e forme culturali all’insegna di un buonismo spesso e volentieri dettato dall’ignoranza più vieta.

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