Roma, 2 giu – Pur essendo presente da oltre trent’anni sui teleschermi italiani, ci sono volute tre decadi perché venisse riconosciuta dai nostri media la cifra autoriale di Hayao Miyazaki e del suo Studio Ghibli. E, soprattutto, la distribuzione dei suoi anime da parte della Disney. Non c’è voluto tutto questo lungo lasso di tempo, invece, perché salisse alla ribalta il nome di Makoto Shinkai, pseudonimo di Makoto Niitsu, nato a Nagano il 9 febbraio 1973.
Di assimilabile alle opere dello Studio Ghibli, nella filmografia del regista/scrittore/sceneggiatore ci sarebbe solo “Viaggio verso Agartha” (2011), storia dell’incontro tra una ragazzina orfana del padre e uno strano ragazzo di nome Shun, proveniente da un mondo sotterraneo, Agartha appunto. L’esordio al cinema è con “Oltre le nuvole, il luogo promesso” (2004). Dopo esser stato a lungo diviso tra Unione Sovietica e Stati Uniti, il Giappone finalmente si “riunisce” e la sola Hokkaido resta sotto il controllo dei russi, che vi costruiscono una torre imponente che è, al tempo stesso, un’arma pericolosa. Tre amici all’ultimo anno di scuola media progettano di costruire un razzo per volare nei pressi di questa torre.
Già nel 2002, pur utilizzando a pretesto la sci-fi, l’autore aveva chiarito i capisaldi della sua poetica in un anime uscito esclusivamente per il mercato dell’home video: “Voices of a Distant Star”. Come anche in altri anime di Makoto Shinkai, il sentimento alla base di questo breve cartone animato è la difficoltà di comunicazione che causa il distacco delle persone. Mikako e Noboru vivono una relazione molto intensa ma, all’improvviso, lei si arruola per andare a combattere una popolazione aliena. La “comunicazione” via e-mail – che giungono a intervalli lunghissimi di anni – tra i due diventa sempre più rarefatta quanto più la ragazza si allontana dalla terra. Il finale resta volutamente aperto, non esplicita la fine definitiva del sentimento ma sembra una metafora adeguata del senso di straniamento della società giapponese in bilico tra tradizione e modernità. È sottolineato altresì il senso del dovere tipicamente nipponico per cui l’egoismo personale viene sacrificato al bene “superiore” (la ragazza si arruola per il bene e la difesa della terra anche se questo implica il doversi separare dall’amore nascente). Un’etica che, difficilmente, troverebbe posto nella narrazione occidentale in cui ogni eroismo è bandito e il soddisfacimento dei capricci personali è ritenuto preferibile ad ogni afflato comunitario. Ne esiste anche una versione a fumetti che reinterpreta e amplia la trama, scritta dallo stesso regista e disegnato dalla mangaka Mizu Sahara.
È del 2003 uno dei suoi capolavori assoluti: “5 cm al secondo”. 63 minuti di perfezione stilistica, un’animazione minuziosa accompagnata ad una narrazione potente, intensa, struggente. E ancora: la distanza “fisica” che si traduce in allontanamento delle persone, la solitudine metropolitana, la fedeltà interiore a determinati valori (come l’amore inteso in senso più “estremo” e profondo che nella visione occidentale). Takaki e Akari appartengono a famiglie spesso in viaggio da una parte all’altra del Giappone. Si avvicinano proprio per questo loro comune senso di spaesamento, questo bisogno di “radicarsi” l’uno all’altra. Ma sono costretti a separarsi, ragazzini in balia delle dinamiche degli adulti, impossibilitati a vivere una propria indipendenza per l’età. Takaki, con il passare degli anni, si rifugia in una solitudine impenetrabile per chiunque altro e nella caparbietà del proprio sentimento. Il mediometraggio è stato trasporto anche su fumetto (in 2 volumi, su sceneggiatura sempre di Shinkai per i disegni di Yukiko Seike) e su romanzo (sempre scritto dall’autore). Il fumetto si discosta molto dall’anime mentre il romanzo pur restando un adattamento fedele ne amplia la trama in senso un po’ più “ottimistico”
Nel 2013 è la volta di un ennesimo mediometraggio, “Il Giardino delle Parole”. Uno studente 15enne, Takao, ha un sogno: diventare calzolaio. Nei giorni di pioggia incontra una donna “misteriosa”. Parlano, dividono momenti preziosi, si aiutano l’un l’altra in un periodo psicologicamente delicato per entrambi. Così si avvicinano, eppure la donna sembra non voler del tutto chiarire il proprio passato e il motivo dei propri problemi anche fisici. Anche in questo caso l’animazione è di una meticolosità che toglie il respiro. I colori della città nei vari momenti della giornata, l’effetto della pioggia che avvolge ogni cosa: sembra quasi di respirare e vivere direttamente quello che si vede sullo schermo. L’atmosfera è nostalgica, malinconica, tormentata come in altri suoi film. Eppure il finale aperto lascia spiragli ad una “lieta conclusione”. La solitudine, in questo caso, acquista una valenza positiva e importante. Dice lo stesso Makoto Shinkai: “In quest’opera la solitudine non viene rappresentata come un errore a cui rimediare. Ma anche l’amicizia, i legami, gli affetti sono importanti. Ovviamente penso siano importanti, la formazione di gruppi sociali, i legami tra persone. Penso siano cose fondamentali, ma penso anche che il tempo trascorso da soli sia altrettanto importante. È questo tempo che permette di approfondire i propri pensieri, e penso sia un elemento importante per diventare adulti”. Anche in questo caso, ne esistono due adattamenti. Un fumetto (sceneggiatura di Shinkai e disegni di Midori Motohashi) e un romanzo scritto dal regista stesso.
L’ultima (per ora) fatica è del 2016: dopo le atmosfere totalmente realistiche delle sue opere meglio riuscite, Makoto Shinkai passa ad una esposizione che abbraccia un tono più “fantasy” nell’arco di 107 minuti esplosivi con la solita animazione iperrealistica e dettagliatissima di “Your Name”. I protagonisti sono Mitsuha e Taki, due studenti. La prima vive in una cittadina di montagna, il secondo a Tokyo. Improvvisamente, ma solo in determinati momenti, le vite dei due si “scambiano”. Ed entrano, letteralmente, l’uno nei panni dell’altra. Sviluppando un legame profondo che li porterà a tentare di impedire una tragedia legata all’arrivo di una cometa e ovviamente ad innamorarsi. Di questo meraviglioso film esistono anche un adattamento a fumetti (in 3 volumi, sceneggiato dal regista e disegnato da Ranmaru Kotone) e ben due romanzi (il primo scritto dal regista stesso e il secondo invece da Arata Kano). I romanzi ben chiariscono la “visione del mondo”, profondamente intrisa di “nipponicità”. A parte la rappresentazione costante dell’immanenza delle sensazioni della natura come anche della città. Trasfigurata in qualcosa che è oltre il vetro e il ferro o la skyline dei grattacieli impersonali che donano un’aura profondamente spirituale alla narrazione. La protagonista, così come la sorellina, la mamma (defunta) e la nonna sono le “testimoni” e prosecutrici di un rito identitario strettamente legato al territorio e “tramandato” appunto familiarmente: “Aanche se il significato è scomparso, la forma non deve assolutamente svanire. Senza dubbio alcuno, un giorno il significato inciso nella forma ritornerà”. Qualcosa di simile sarebbe impensabile per le nostre coordinate mentali, soprattutto pensando a prodotti mediatici “di massa”. Il padre della protagonista che, dopo la morte della moglie abbandona il tempio e si dà alla politica con cinico pragmatismo, rappresenta la sterilità di ogni costruzione sociale se resta “materia” priva di spirito. Ottusità formale che non può, a lungo, portare bene. La “rivolta” della protagonista ad un padre assente ma “severo” non è volta alla rivendicazione di meri desideri adolescenziali “quantitativi” ma allo scongiurare una catastrofe che rischia di investire e cancellare tutto il Paese. Uno dei principali amici della protagonista ribadisce il suo dovere etico di restare nel paese natio, di resistere alla tentazione di scappare e di migliorare la propria comunità, il luogo della propria radice prima. Il senso del dovere porta al sacrificio dei propri istinti egoistici, ancora una volta. Per il bene dell’impresa di famiglia, degli operai ma anche del piccolo paese. Senza rimpianti. Senza per questo mortificare aspirazioni personali e proprie attitudini, la meta da raggiungere è sempre l’equilibrio comunitario in cui ognuno ha un ruolo, un posto fondamentale. La sottrazione dell’individuo al bene comune non produce mai risultati positivi. Senza per questo voler tendere alla  “massificazione” cieca e robotizzata. L’importanza della “radice”, il calcare la descrizione sulle sensazioni più profonde della natura e del legame sovramondano tra l’uomo e ciò che lo circonda, il senso del dovere e della comunità come motori primari, la spiritualità dei legami, la fedeltà a sé stessi e a chi si ama, la fondamentalità di riti e tradizioni. Valori impensabili e indigeribili per un occidente che invece sceglie sempre e solo le fragilità, le viltà, l’assenza di eroismo e coraggio, l’avversione per l’identità, l’irrisione per ogni forma di amore per le tradizioni e che, invece, in Giappone sono indispensabili affinché un’opera diventi davvero di successo. Una cultura che si misura sempre con le grandi tragedie personali. Che mette sempre al centro la morte (senza fingere, in modo infantile, che non esista). Che non cerca sempre e solo il rifugio nell’edonismo sfrenato come fuga dal “reale” o come meta definitiva. E se Brecht sintetizzava alla perfezione ciò che ora siamo diventati o che ci vorrebbero far diventare (“beati i popoli che non hanno bisogno di eroi”), per i giapponesi invece è fondamentale ancora pensarsi come popolo ed esaltare i piccoli, grandi eroismi del vivere in comunità. Di essere comunione di Storia, destini, appartenenza. E il successo di questi anime anche in occidente dimostra che sotto questa patina di “nichilismo” arde la voglia di voler essere qualcosa ancora e di nuovo di profondo e infinito. Senza le  censure del politicamente corretto e oltre un sentimentalismo patetico che però resta fine a sé stesso e non è altro che l’ennesimo inno alla fuga.
Maurizio L’Episcopia

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