Roma, 18 set – Oltre ad averci regalato di recente due agili libriccini dedicati a D’Annunzio e Marinetti (serie I Grandi Italiani de Il Primato Nazionale), Claudio Siniscalchi ci offre quest’anno un più impegnativo saggio dal titolo Novecento. Fascismo, America e arte in Margherita Sarfatti (Altaforte Edizioni, Roma 2022, pp. 156, con una Prefazione di Francesco Borgonovo). L’Autore, noto docente universitario, storico del cinema e studioso del rapporto tra fascismo e correnti culturali del Novecento, introducendo quello che – come del resto avverte il titolo – è molto di più che un profilo biografico della donna spesso ricordata sbrigativamente solo come celebre amante di Mussolini, fa una precisazione metodologica, che potrebbe sembrare scontata, ma non lo è, se ad es. pensiamo a certi giornalisti e romanzieri che, in particolare per questo centenario della Marcia su Roma, tendono a volersi accreditare come storici quando appaiono piuttosto attivisti della campagna elettorale della storia repubblicana in cui si è più artificiosamente richiamata la storia del Novecento.

Scrive Siniscalchi: “La simpatia o l’antipatia personale del biografo nei confronti del biografato non ha alcuna importanza. La finalità dello storico non è giudicare, ma comprendere. Lo storico non è un giudice monocratico ma un semplice pubblico ministero. Raccoglie fatti, documenti, prove. E, nei limiti della propria obiettività (ricordando che è sempre parziale, mai assoluta), dopo un lavoro di ricostruzione esprime un giudizio, sottoposto alla verifica di altri, a cui è demandata la decisione di accogliere o rifiutare quanto gli è stato illustrato” (p. 16).

Margherita Sarfatti, una figura straordinaria

Il saggio ripercorre le attenzioni e le disattenzioni relative a Margherita Grassini Sarfatti (il secondo cognome, con cui è più nota, era quello del marito), che “per un largo tratto di tempo è rimasta un oggetto misterioso nella storia del ventennio fascista” (p. 13), dando rilievo alle valorizzazioni della sua figura operate infine da studiosi come Simona Urso o, pur con dei limiti interpretativi, dagli americani P. V. Cannistraro e B. R. Sullivan, quindi presenta tutto l’itinerario umano, intellettuale e cultural-politico di questa donna straordinaria, critica d’arte e promotrice di cultura, nata a Venezia in una famiglia della buona borghesia ebraica nel 1880 e morta nel 1961 a Cavallasca (Como), disegnando nel contempo un vivace affresco delle interazioni tra movimenti artistico-culturali e politica nell’Italia giolittiana e poi in quella fascista.

L’Autore non accoglie la tesi di un giovane Mussolini, culturalmente rozzo e pasticcione, che all’incontro con la Sarfatti nel milieu socialista del primo Novecento dovrebbe una verniciatura di intellettualità. Per quanto molto da autodidatta, la cultura del Mussolini socialista aveva già un suo dignitoso spessore, ma non v’è dubbio che l’incontro con la Sarfatti a ridosso della guerra di Libia, allorché lei prende come amante il posto di Angelica Balabanoff, darà – come ben chiarisce Siniscalchi – quel surplus di respiro internazionale e di curiosità culturale a tutto campo che contraddistinguerà poi il futuro “Duce” per il resto dei suoi giorni, come evidenziano pure i Taccuini di Yvon De Begnac.

A partire dalla fondazione del quindicinale milanese Utopia (1913), le vite di Benito e Margherita camminano su uno stesso binario. Vivono entrambi la stagione del socialismo rivoluzionario e poi della sua crisi e del suo superamento nell’interventismo (che la Sarfatti, filofrancese, sposa già nel 1915); sono assieme a Piazza San Sepolcro e varano contestualmente il mensile letterario e artistico Ardita; lei gli è accanto dopo il disastro elettorale del 1919 e – come già sottolineò Renzo De Felice – è ancora lei probabilmente la principale suggeritrice di Mussolini nella immediatamente successiva creazione del mito “romano” del nuovo Partito Nazionale Fascista e del futuro Regime, le cui basi intellettuali, già nel gennaio 1922, sono poste dal mensile Gerarchia, di cui la femme savante è un po’ il direttore di fatto.

Il culmine del ruolo di ‘impresario’ di Mussolini, la Sarfatti lo raggiunge nel 1925 con il suo The Life of Benito Mussolini (poi edito in Italia col titolo Dux), grande successo editoriale che contribuisce enormemente a creare nel mondo anglosassone, nel Regno Unito come negli Usa, il mito di un Mussolini nuovo Cesare, salvatore d’Italia, indicatore di nuove prospettive politiche ed economico-sociali a tutto il mondo occidentale: la “corrispondenza d’amorosi sensi” tra America e Italia fascista, entrata in crisi a partire dalla guerra d’Etiopia, costituisce peraltro una parte cospicua del saggio di Siniscalchi, che ne segue l’intera parabola.

Tra i meriti del saggio, quello di situarsi nel solco di quel filone di studi che si è lasciato alle spalle l’interessato giudizio di matrice crociana circa l’inesistenza di una cultura fascista, per cui là dove cultura ci fu sarebbe stata però cultura durante il fascismo e non del fascismo. Siniscalchi, attraverso la figura della Sarfatti, ci mostra un quadro mosso, dinamico, variegato, ove il conflitto tra persone e tendenze (si pensi solo alla guerra tra gentiliani e antigentiliani) e molto più dentro il fascismo che contro il fascismo. Un conflitto in cui la Sarfatti, musa del “novecentismo”, sponsor di Sironi fin dal primo numero di Gerarchia, finirà per scontare il suo invecchiamento con relativo disamoramento del suo Dux, la sua invidiata e temuta posizione di “Dittatrice” della cultura (questo il titolo del bel cap. tre), e, infine, l’appartenenza alla “razza ebraica”: neanche la già annosa e sincera conversione al cattolicesimo le eviterà, con la nascita del razzismo di Stato, la marginalizzazione e un necessario volontario esilio.

Non solo “amante del capo”

Siniscalchi si mostra compostamente ma non anaffettivamente partecipe della vicenda di una donna che conosce, largamente per meriti suoi propri (e da femminista quale in effetti fu), e non solo come “amante del capo”, le luci del potere e del successo, nell’ambito a lei caro della politica culturale, per poi trovarsi non solo necessitata a lasciare il Paese cui era sempre stata devota, ma respinta perfino da quegli Stati Uniti che aveva fatto tanto per tenere in amicizia con l’Italia. Riparerà in Sudamerica, tornerà in Italia dopo la guerra, scrivendo nel 1954 le sue memorie dal significativo titolo Acqua passata. La sua storia, come ci viene presentata dal bel libro di Siniscalchi, è – visto che Margherita mai ebbe a dichiararsi a posteriori antifascista – un po’ quella di ogni donna che ha amato un uomo (o meglio, qui: un’idea che era un uomo e un uomo che era un’idea) ed è stata lasciata, ma non per questo ha smesso di amare e di pensare a come sarebbe potuta andare “se…” Ma questo è il mondo dei sentimenti, e il nostro Autore, pur facendoci capire cosa avrebbe preferito che fosse il fascismo rispetto a ciò che fu, si mostra storico obiettivo e storicizzante, e non si presta mai al giochetto intellettuale del “se fosse andata così…”

Sandro Consolato

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