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imagesRoma 1 ago- Che Massimo Fini fosse un giornalista scomodo era cosa risaputa. Ma i suoi articoli, così come i suoi libri, si sono sempre ritagliati lo spazio necessario a stupire i lettori e la critica. Da Nerone,  di cui riabilita la figura smontando pezzo per pezzo le falsità dette e scritte sul personaggio da storici antichi e moderni, passando per Catilina (di cui esalta la vena rivoluzionaria), fino ad arrivare alla critica della vita dell’apolide Nietzsche, tutti i suoi libri sono fondati su una ribellione intrinseca.
Se la massa vede qualcosa bisogna star pur certi che Massimo Fini vedrà anche dell’altro, accompagnando il tutto con tesi ben fondate. Nemico della modernità e “difensore” dei personaggi scomodi. Come nel caso de Mullah Omar, a cui ha dedicato l’ultima biografia uscita dalla sua penna (in realtà l’ultimissima sarebbe la propria, di biografia).
In una recente intervista rilasciata a Intelligonews, ha dichiarato che per lui Omar era “una persona totalmente rispettabile, con una sua coerenza e dirittura morale. Parliamo di uno che giovanissimo si è battuto contro i sovietici. Poi ha combattuto i signori della guerra e l’inasore americano. Quando è stato al potere non ne ha approfittato, mantenendo il suo stile di vita spartano. In qualche modo, con tutti i distinguo del caso, è un po’ una sorta di Che Guevara asiatico”.
Massimo Fini, controcorrente anche questa volta, ha ravvisato nella morte del Mullah Omar qualcosa per cui non è il caso di festeggiare in Occidente in quanto renderebbe l’Afghanistan un “protettorato americano” così da spalancare le porte all’Isis. Sebbene la sua posizione sull’Isis sia altrettanto radicale e ultra-controcorrente: “Nella prima guerra del Golfo, nel 1990, i bombardamenti americani hanno ucciso 160 mila civili, fra cui 39.812 donne e 32.195 bambini (dati al di sopra di ogni sospetto: del Pentagono) che non sono meno bambini dei bambini curdi e sciiti o dei nostri bambini. Ma nessuno, in Occidente, si scandalizzò. Se devo scegliere in questa guerra degli orrori scelgo quelli dell’Isis. Perché perlomeno il guerrigliero si implica personalmente, mentre il pilota che telecomanda il drone da Nellis nel Nevada non corre alcun rischio e, dopo aver fatto la sua bella strage, se ne torna a casa dove la sua linda mogliettina americana gli ha preparato una cenetta” (Fatto Quotidiano, 20 agosto 2014)
Il giornalista ha quindi deciso di creare nuovamente scandalo scrivendo un necrologio del mullah Omar “a modo suo” per Corriere della Sera. Poi la brutale frenata: “Per ordini superiori il suo necrologio non può essere pubblicato. Mi spiace molto, mi scusi”. Questa la risposta dell’impiegata. Questo il commento di Fini: “E così la censura arrivata anche sui necrologi. Credo sia la prima volta in una democrazia”.
Nell’epoca del buonismo e dell’americanismo imperante l’essere “ribelle” è sempre più difficile. Anche per chi lo è sempre stato, accettando come unico dogma quello di non credere alle apparenze e alla cultura imposta. Ma Massimo Fini anche questa volta è riuscito a far parlar di sé e delle figure che gli stanno a cuore.
Qui sotto riportiamo integralmente il necrologio scritto in onore della guida dei Talebani afgani.
Massimo Fini rende onore al Mullah Mohammed Omar, combattente, giovanissimo, contro gli invasori sovietici, perdendo un occhio in battaglia, combattente, vittorioso, contro i criminali signori della guerra che avevano fatto dell’Afghanistan terra di abusi, di soprusi, di assassinii, di stupri, di taglieggiamenti e di ogni sorta di violenze sulla povera gente, riportandovi l’ordine e la legge, sia pure una dura legge, la Sharia, peraltro non estranea, almeno nella vastissima area rurale, ai sentimenti e alle tradizioni della popolazione di quel paese, infine leader indiscusso per quattordici anni della resistenza contro gli ancor più arroganti e moralmente devastanti occupanti occidentali. Che Allah ti abbia sempre in gloria, Omar”.
Federico Rapini

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