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Roma, 17 dic – Sono ormai parecchie settimane che l’Espresso continua imperterrito a ospitare sulle sue pagine dibattiti finalizzati a decostruire i concetti di patria e nazione. Uno dei punti più bassi di questo dibattito è stato raggiunto da Michela Murgia. La scrittrice sarda – facendo ricorso a tutto l’armamentario pseudo-scientifico del postmodernismo e dei cosiddetti gender studies – riconosceva nel concetto di patria un’entità patriarcale, maschilista e oppressiva. Di qui il suo appello a «cominciare a parlare di Matria». Il tutto era finalizzato, in sostanza, a una destrutturazione e a uno sradicamento di patrie e nazioni in favore di una concezione uterina dei legami sociali.

Ora, invece, arriva Igiaba Scego a deliziarci delle sue perle di saggezza. Anche la Scego, quarantenne italo-somala, è una scrittrice. Autrice di racconti sulle migrazioni, collabora tra gli altri a quotidiani come Repubblica, il Manifesto, L’Unità e Internazionale. Un chiaro pedigree di sinistra, quindi, che ben si inserisce nella cornice antinazionale dell’Espresso. Ebbene, la Scego ci dice: niente patria e niente matria, dobbiamo invece parlare di «fratria». Il concetto – come d’altronde tutti i neologismi creati ad arte dalla neolingua politicamente corretta – è vago e fumoso: «Forse quello che ci serve è un nuovo patto di fratellanza e sorellanza tra noi, una fratria. Solo così potremo costruire una nazione del futuro con nuove visioni e nuovi orizzonti».

Tra citazioni letterarie inserite alla rinfusa e discutibili tributi a Wu Ming (collettivo affetto da logorrea intellettualoide e antifascismo paranoico), quello che veramente emerge dallo scritto della Scego è, in sostanza, l’ennesimo attacco alle identità nazionali: «Il termine patria, infatti, esclude. Prima di tutto esclude le donne che vengono accettate solo come simboli passivi. […] La patria inoltre esclude l’altro che un tempo era il colonizzato e oggi è il migrante. […] Anche oggi continua l’abuso. Il corpo altro, il migrante, è escluso dai diritti della patria, dai diritti di cittadinanza o da uno status legale di soggiorno. Ecco perché urge trovare un nuovo equilibrio». Insomma: confini, frontiere, cittadinanza, legami etnici, vincoli comunitari ecc. sono il male, mentre cosmopolitismo, meticciato e multiculturalismo sarebbero la soluzione.

Peccato, perché altrove la Scego mostra di avere, a livello inconscio, una sensibilità non banale. Gloriandosi di aver coniato a suo tempo il termine «dismatria» (uno degli innumerevoli neologismi cacofonici che tanto piacciono ai postmodernisti), la scrittrice dimostra nondimeno quanto siano forti e radicati per un uomo i legami ancestrali con la propria terra: «Nel 2005, riallacciandomi ad una tradizione postcoloniale che vedeva la nazione come matria, ho coniato in un vecchio racconto dal titolo “Dismatria” (Pecore Nere, Laterza) il termine “dismatriati” che contrapponevo al termine espatriati, perché quello che sentivamo noi somali della diaspora (oggi purtroppo anche i siriani e gli yemeniti) era il dolore della perdita, cordone ombelicale strappato con violenza da una terra che sentivamo nostra». Il passaggio è notevole, perché porta alla luce tutto il dramma degli emigrati di ogni patria, oramai orfani della loro terra e dei loro popoli d’origine. Forse è proprio da questa dura e cruda realtà, e non da sproloqui postcolonialisti, che dovrebbe partire un serio dibattito sulle radici estirpate e sulle identità violate dalla globalizzazione etnocida.

Vittoria Fiore

4 Commenti

  1. “cordone ombelicale strappato con violenza da una terra che sentivamo nostra”

    vorrei sapere dagli “smatriati” perchè quel rapporto diretto con la terra dei Padri (cioè Patria)
    dovrebbe appartenere solo agli africani e non al popolo d’Italia,che peraltro nel corso della Storia
    segnata dalle generazioni precedenti e/o ancestrali, ha lasciato tracce “leggermente” più evidenti di quello che si può rilevare in qualcunque Paese sub-sahariano;

    perchè non c’è solo un Colosseo o una Arena a Pola,non c’è solo un Dante che ha elaborato la lingua
    con la quale scriviamo o quel Genio assoluto di un Leonardo,non c’è solo un Bernini o un Canova come
    Artisti… ma c’è soprattutto quell’ “idem sentire” di appartenere a tutto questo che -con tutto rispetto- un africano non potrà mai provare genuinamente vivendo in Italia e questo anche nelle generazioni successive,così come un Italiano in Giappone,pur praticando con maestria le arti marziali, pur parlando e conoscendo migliaia di “kanji” non sarà mai nel sangue un Samurai.

  2. poi si lamentano se li contestano… questo giornale propone la distruzione delle Radici dei popoli, è chiaro che qualcuno si opponga, chi la fa l’aspetti.

    E se la contestazione è democratica (e così è stato) e la devono accettare.

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