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Roma, 3 dic – È banale prassi degli ultimi anni voler identificare a tutti i costi gli artisti del passato, specialmente i pittori, come figure maledette ed emarginate dalla società, quasi che il fascino biografico dei Caravaggio e dei Van Gogh debba essere la regola per tutta la categoria. In tal modo si rischia di ignorare figure eccellenti, colpevoli solo di non essere morte precocemente e in povertà come vorrebbe invece il grande pubblico.

Mattia Preti è uno di quei pittori che merita molta più attenzione di quella ricevuta, sia per la sua produzione che per la biografia. Il pittore calabrese più importante del ‘600 nasce nel 1613 nel piccolo borgo di Portacise, nascente nucleo abitativo dell’attuale Taverna, figlio d’una famiglia di nobiltà decaduta ma honorata per qualità intellettuali e morali e fratello minore di Gregorio Preti, anche lui pittore.

Presto la realtà provinciale di casa non è più sufficiente per i suoi stimoli culturali, così nel 1630 decide di raggiungere Roma, molto probabilmente accompagnandosi a una carovana di mercanti. Nella città eterna ha la possibilità di vedere i capolavori lasciati dal Caravaggio (morto in Toscana vent’anni prima) e dai caravaggisti. L’impronta del maestro milanese è senza dubbio fondamentale ed edificante, ma Mattia Preti pur appoggiandosi a questa vuole maturare uno stile personale capace d’andare oltre.

Nella Roma dei Papi e del Barocco si ferma per ben trent’anni: dopo aver frequentato l’accademia di San Luca realizza innumerevoli opere d’ottima fattura, tanto da entrare nelle grazie di donna Olimpia Aldobrandini per mezzo del cardinale Rospigliosi, famoso mecenate del tempo; inoltre viene iscritto nell’elenco dei Virtuosi del Pantheon. Viaggia spesso per l’Italia e all’estero (Spagna e Fiandre soprattutto) e ha contatti con i pittori emiliani quali Guercino e Giovanni Lanfranco, molto influenti per la sua pittura.

Il vero salto di qualità lo effettua però nel 1653, quando si trasferisce a Napoli, allora città centrale per la cultura in Europa. Nei sette anni trascorsi in Campania gli sono commissionati importanti lavori come gli affreschi per la peste sulle porte delle città, i dipinti nella chiesa di San Lorenzo Maggiore e gli affreschi sulla volta della chiesa di San Pietro a Majella. Le sue opere sono recitazione fattasi colore. Le tele appaiono come spazi teatrali sui cui palcoscenici si manifestano i personaggi-attori mitologici e biblici: sublime interpretazione capace di sfiorare gli echi classici, il clima barocco e allo stesso tempo trascenderli.

concattedrale valletta mattia pretiNel 1659 si reca per la prima volta a Malta, a La Valletta, dove esegue la pala dell’altare maggiore della chiesa delle Anime Purganti. Fa ritorno sull’isola due anni dopo, ricevuto finalmente come Cavaliere dell’Ordine Gerosolimitano. Gli viene allora affidata l’immensa decorazione della concattedrale di San Giovanni alla Valletta, chiesa ospitante i capolavori di Caravaggio. Terminata nel 1666, in virtù della sua maestria viene nominato pittore ufficiale dei Cavalieri di Malta.

Il periodo maltese è l’apice creativo della sua produzione, anche  grazie all’elezione del calabrese Gregorio Carafa a Gran Maestro dell’Ordine. Da qui in poi Mattia manca dall’isola solo per i funerali del fratello in Calabria, cogliendo l’occasione per lasciare alcune sue opere nella natia Taverna, pratica rara per quegli artisti di provincia trapiantati altrove. Nell’arco degli anni invia regolarmente dipinti alle chiese di San Domenica e di Santa Barbara come ulteriore omaggio alla sua amata terra.

Insignito dell’alta carica di Commendatore dell’Ordine Gerosolimitano lavora intensamente fino agli ultimi giorni di vita. Muore il 3 Gennaio 1699 a la Valletta e il suo corpo viene tumulato nella chiesa di San Giovanni a la Valletta, dove è presente una lapide sepolcrale con lo stemma di Taverna e gli emblemi di Malta, alla presenza delle sue stesse pitture e delle tele del Caravaggio. Per propria volontà, Mattia Preti è sepolto con il suo ultimo pennello utilizzato nella mano destra, in modo da continuare per l’eternità la sua eccellente produzione.

Alberto Tosi

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