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Ancona, 27 mag – La sacralità del culto dei morti, in modo particolare dei caduti, è prerogativa indiscutibile del ventennio fascista, basti controllare la datazione della maggior parte dei monumenti e sacrari eretti per i martiri dell’irredentismo e della prima guerra mondiale: dal ’22 in poi inizia una stagione di travolgente spirito realizzativo che tocca ogni centro d’Italia, piccolo o grande che sia. Se precedentemente, durante gli anni del biennio rosso, gli omaggi agli eroi nazionali sono anche volutamente ostacolati, con l’avvento del fascismo la rimembranza storica diventa prassi quotidiana, e la commemorazione degli esempi valorosi penetra materialmente nell’urbanistica italiana. Ancona è un caso emblematico di questa nobile pratica. Il capoluogo marchigiano vede la costruzione d’un eccezionale monumento per i caduti della grande guerra. Il governo sente infatti il bisogno d’un tributo simbolico ai tanti anconetani morti non solo al fronte, ma anche in seguito al bombardamento della città nel 1915 ad opera della flotta austro-ungarica.

Nel marzo del ’23 avviene la cerimonia per la posa della prima pietra. Dentro questa viene inserita una pergamena commemorativa realizzata e donata dall’architetto urbinate Giuseppe Andreoli, recante la seguente iscrizione: “Dal sangue degli eroi sorsero nei secoli le opere che più altamente affermano la nobiltà dello spirito umano. Dal sangue purissimo e generoso dei figli che prima d’ogni altra città Ancona diede alla grande guerra redentrice, sorga perenne il monumento che sta a simbolo d’amore agli Italiani – Fiero ed austero ammonimento agli stranieri. 11 marzo 1925″. Opera dell’architetto locale Guido Cirilli, già impegnato nel cantiere del Vittoriano, il sacrario è terminato nel 1930 e ufficialmente inaugurato il 3 novembre del ’32 alla presenza di Benito Mussolini in visita per il Decennale della Rivoluzione Fascista.
Posto al termine del viale della Vittoria, il complesso sovrasta il verde e le acque della spiaggia del Passetto, accessibile dalla scalinata in rampe semicircolari. Tutto l’insieme, visto dal mare, ricorda la forma di un’aquila in volo ad ali spiegate. Cirilli interpreta abilmente la classicità più solenne per mezzo delle otto colonne doriche in pietra d’Istria impiegate. L’ara votiva racchiusa nello spazio circolare e aperto, tradizionalmente pagano, ne fa un vero e proprio tempio ai condottieri caduti, così come la corona ornamentale di fasci littori, fregi decorativi, elmi e spade istoriate, rammentano un culto profondo del sacrificio e della vittoria, oltre che, ovviamente, una forte ricerca estetica d’equilibrio e forza classica.
Da notare, sulla sommità del fastigio, l’iscrizione recante i versi di Giacomo Leopardi: “Beatissimi voi, Ch’offriste il petto alle nemiche lance. Per amor di costei ch’al Sol vi diede”. Parte del canto All’Italia, composto in gioventù dal poeta di Recanati, un inno di riscossa nazionale, di amor di patria e di attaccamento alla storia millenaria d’Italia. Il fascismo imprime pertanto nella pietra la grande poesia romantica ottocentesca fondendola con l’eroismo del novecento. Un gesto tutto fuorché scontato, volto a sugellare in maniera indelebile una continuità storica e spirituale del popolo italiano.
Alberto Tosi
Foto di Andrea De Palma – https://fascismoinmostra.it/

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