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d5b763_a895a27a545248589a353c19d81a80b1Roma, 25 mag – Cari  Moderati, credete che i governi moderati vi possano difendere?  Stando ai recenti fatti, no, non possono, e non vogliono. Anzi. In pochi anni vi hanno venduto; e il mondo è cambiato. Il declino industriale italiano sembra inarrestabile, interi settori e distretti produttivi sono scomparsi, o fortemente ridimensionati. La crisi, specie nella fase di maggior intensità, tra il 2008 e il 2013, ha intaccato la base produttiva dell’industria e si stima che il potenziale manifatturiero, dato dal rapporto tra il livello della produzione e quello della capacità produttiva impiegata, si sia ridotto rispetto a prima della crisi, di oltre il 15%. Solo per dare un’idea del declino, nel  2007 le imprese manufatturiere erano 390.486: dal 2009 al 2012 hanno cessato di esistere 54.474 imprese manufatturiere (Dati Unioncamere) , di cui ad esempio oltre 3 mila nel settore dei mobili, 400 del settore dei prodotti alimentari, 4.900 di abbigliamento, oltre 1.900 di computer e prodotti per ufficio, 9 mila di prodotti di metallo. La crisi è aggravata da  un’imposizione fiscale altissima – per pagare le tasse un imprenditore italiano deve lavorare 269 giorni, un austriaco 170 ed uno svizzero solo 63 –  e da una burocrazia inadeguata ai tempi moderni: per avviare un’impresa in Italia servono 78 adempimenti e 40 giorni. Secondo la Cgia di Mestre il costo della burocrazia a carico delle imprese è pari a 31 miliardi di euro all’anno. I tanti vincoli derivanti dai trattati europei e dalle varie Basilea insieme ai mancati pagamenti delle pubbliche amministrazioni, stanno spazzando via l’offerta delle piccole e medie imprese italiane ed interi distretti industriali dallo scenario competitivo internazionale.

Si ricorda che solo alla fine degli anni ’80 si contavano nel centro nord ben 60 distretti industriali principali, dell’ingegneria o dell’elettronica, dell’abbigliamento e delle calzature, delle piastrelle e delle macchine utensili. Questi distretti davano vita ad un modello denominato del terzo capitalismo e venivano elogiati come punto più alto dell’esperienza industriale italiana e portati ad esempio da Clinton nel vertice del G7 di Detroit. Al contempo, mentre la piccola e media impresa moriva e la grande impresa del modello Iri si frantumava nei rivoli della privatizzazione, le multinazionali hanno avviato lo shopping delle industrie nazionali. Nell’alimentare  la multinazionale anglo-olandese Unilever ha acquistato la Algida, la Sorbetteria Ranieri (chiusa da dieci anni), il Riso Flora, la Bertolli e la Santa Rosa, che però nel 2011 è tornata italiana grazie all’acquisto da parte della Valsoia. Molti anche gli acquisti della Kraft (Invernizzi, Negroni, Simmenthal, Splendid, Saiwa) e della Nestlè (Buitoni, Perugina, Sasso, Gelati Motta, e Alemagna, che però nel 2009 torna italiana con la Bauli). Tra gli elettrodomestici spicca la Zanussi, acquistata nel 1984 dalla svedese Electrolux. Per i mezzi di locomozione ci sono le biciclette Bianchi (amate da grandi campioni del passato come Gimondi e Coppi), adesso della svedese CycleuropeA.B., le biciclette Atala, adesso per il 50% della turca Bianchi Bisiklet, le moto Ducati e le auto Lamborghini, entrambe di aziende del Gruppo Volkswagen. Per la moda sono passate ad aziende straniere Fiorucci, Mila Schon, Conbipel, Sergio Tacchini. Il Gruppo Kering ha acquistato marchi di grande peso, da Gucci a Bottega Veneta a Brioni e Pomellato. Per l’arredamento sono finite in mani estere la Pozzi-Ginori, la Ceramica Dolomite, le Ceramiche Senesi, il Gruppo Marrazzi, leader internazionale nel settore delle piastrelle di ceramiche.

Alla luce di quanto sin qui scritto, si può dire che dal 2008 è in corso una vera e propria guerra economica che sta minando le fondamenta del welfare state in tutti i paesi occidentali, e in particolare in Italia; guerra scoppiata per la concomitante e nefasta sinergia di tre grandi cause, dalle quali sono poi esplosi molteplici negativi effetti:

1) la grande recessione industriale, dovuta all’incontrollata globalizzazione, all’innovazione tecnologica di matrice oligopolistica, alla drammatica diminuzione del reddito disponibile di gran parte della popolazione ed al conseguente crollo dei consumi;
2) la finanziarizzazione del modello di sviluppo, nato anche come errata risposta alla recessione industriale nel tentativo di finanziare la domanda, e l’esplosione dell’indebitamento pubblico e privato;
3) la cessione di sovranità nazionali in materia di politica economica dovuta all’adozione dell’euro, alla studiata abolizione di ogni politica industriale e alle conseguenti scelte di austerità, parità del bilancio, spending review, alta pressione fiscale; tutte scelte chiaramente, e volutamente, pro-cicliche recessive.

Questa guerra ha stremato le forze produttive del nostro paese ed ha fortemente indebolito le forze sociali, riducendo gran parte degli italiani in uno stato di povertà, i dati sulla povertà assoluta e relativa sono purtroppo  noti al grande pubblico, deprimendo i nostri giovani, ormai privi di speranze lavorative e prospettive famigliari, con gravi rischi di decrescita demografica, come dimostra il recentissimo rapporto dell’Istat. Il ceto medio, dal quale è nato il made in Italy ed il fenomeno dei distretti industriali, è oggi molto indebitato, troppo per poter ripartire da solo nella difficile via industriale per i mercati internazionali. Totalmente alienato dal fenomeno della globalizzazione e dalla conseguente finanziarizzazione dell’economia e della società, piuttosto lontano dal centro delle innovazioni, vive costretto tra fattori apparentemente contrapposti: da un lato la concentrazione e la delocalizzazione delle attività industriali, per rincorrere economie di scala e competitività di costo; dall’altro, il decentramento amministrativo e il peso delle burocrazie e delle tenaglie fiscali. Il ceto medio quindi non è rappresentato, o è falsamente rappresentato solo in prossimità della bagarre elettorale. La borghesia operosa è costretta a seguire il simulacro della stabilità europea a scapito del lavoro e del risparmio, terrorizzata dallo spettro del debito e dalla sciagura dell’Europa Incompiuta, nel cui nome crescono tasse che ne limitano potere d’investimento e d’acquisto.

Oggi, gran   parte del modello italiano semplicemente non c’è più. Finito per esaurimento o venduto, in mano straniera. Oggi si impone il modello global. Mangiamo francese o americano, vestiamo francese, telefoniamo cinese, guidiamo tedesco.
Cari moderati, siete consapevoli di questa grande trasformazione?  Siete sicuri che l’olio europeo è meglio dell’olio pugliese ? E di quei borghi industriali ora deserti, che ne faranno ? Siete veramente contenti che nei vostri quartieri, dove siete nati e dove sono nati i vostri genitori, si parli indi, arabo e swahili, cinese ? Per sentire questi suoni stranieri, per respirare gli odori di questa cucina così internazionale, non era meglio viaggiare? Andate a fare shopping al mercatino delle pulci ? O preferite il grande magazzino francese? Chissà che fine avranno fatto quel negozio di abbigliamento italiano e quel falegname, alla fine della via ? Saranno stati espropriati dalla banca o da equitalia ?

Cari Moderati,  vi siete fatti governare piano piano dai moderati (fiction spettacolare) e piano piano non avete più niente: e quell’1% (tanto moderno quanto global) della popolazione mondiale che detiene l’80% della ricchezza del mondo) intanto banchetta. Cari Moderati, prendete atto che i partiti moderati non vi hanno difeso e vi hanno venduto. La ricostruzione del tessuto sociale  del paese non può essere delegato ad istituzioni con sovranità incrociate e limitate, o alle grandi imprese, sempre più guidate da logiche ego-finanziarie, o ai partiti tradizionali cosiddetti moderati,  esplosi per ingordigia e palese carenza di idee; la ricostruzione deve partire da una riappropriazione della sovranità popolare e nazionale che metta al vertice della propria missione la patriottica rinascita dell’Italia, e quindi dei valori che ne sono il presupposto operativo. Occorre rinascere con forza e decisione, concentrare gli sforzi per fermare il declino e rilanciare lo sviluppo, ponendo al centro della nuova politica l’Italia artigiana delle piccole e medie imprese, del prodotto su misura, delle vigne curate ad arte o dei tessuti raffinati, della meccanica di precisione, della straordinaria capacità di  ricerca dei nostri laboratori.

Gian Piero Joime

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5 Commenti

  1. E bravo Gian Piero,hai scritto un articolo stupendo lo condivido al 99% ma 1% NO ti sei dimenticato di dire che oltre ai moderati anche le pseudo destre e gli illusi compagni con tanto di bandiere rosse al vento hanno contribuito a smantellare il nostro made en italy,praticamente tutti dagli inizi degli anni 80 e nello specifico primavera 81 divorzio tra banca d’italia e tesoro,maledetti saltimbanchi si sono ginoflessi in cambio del loro staus quo.
    Vedo che hai capito le cose e sai cosa bisogna fare bene,saluti e buon lavoro.

  2. Eh sì, bel pezzo: bisognerebbe farlo leggere a tutti i piccoli artigiani o ex artigiani, imprenditori etc..
    Ci siamo fidati del M5S: ha solo ritardato il momento della verità!
    Grillo diceva di essere l’argine ad alba dorata. Ormai c’è da chiedersi: “e perché cos’ha alba dorata che non va bene?

  3. Ne parlavo giusto l’altro ieri in occasione delle elezioni austriache, cosa sia la tipologia di questo gregge ammusito. La paura di perdere la faccia “perbene” gli fa scegliere un taumaturgo nella speranza di un compromesso che salvi la loro mitezza (leggasi viltà), la loro onorabilità e che i problemi non tocchino il loro orticello. Inutile dire che poi vengono trattati con modi irrisori. Bè, questo tipo di gregge si merita tutto lo sterco!

  4. I moderati sono i vigliacchi conformisti che nelle guerre civili hanno sotto i materassi le bandiere dei due schieramenti in lotta, pronti a sventolare quella del vincitore, ma continuando a conservare anche l’altra, non si sa mai……

  5. come imprenditore, effettivamente posso confermare che il lavoro è calato moltissimo, la maggior parte dei clienti (nel mio piccolo) subisce la crisi e quindi consuma meno, e da parte dello stato non ci sono aiuti (intendo non aiuti economici ma aiuti nel senso di politiche serie)

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