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mps-nazionalizzazioneRoma, 12 dic – Dopo che la Bce ha imposto a Mps di ricapitalizzarsi per cinque miliardi entro capodanno, da più parti si è iniziato a parlare della nazionalizzazione della banca medesima come alternativa al bail-in, ovvero al prelievo forzoso che colpirebbe i risparmiatori della storica banca senese. Interessante come ancora una volta la dottrina neoliberale egemone si riveli come una sorta di “socialismo per il capitale”, con lo Stato che viene chiamato ad intervenire quando è necessario tutelare gli interessi dei ceti abbienti e spremere i cittadini-produttori. In questo senso, se per uno Stato a moneta sovrana la nazionalizzazione sarebbe una semplice operazione contabile, per l’Italia si tratterebbe infatti di estrarre dall’economia reale altri 5 miliardi, sottraendoli così ai consumi, agli investimenti ed al risparmio. In ogni caso, la nazionalizzazione potrebbe persino essere una buona idea, nell’ottica di tornare ad avere finalmente un polo bancario pubblico, ma solo dopo aver ripulito i conti dei derivati e degli altri titoli tossici con una legge bancaria ad hoc, togliendo ovvero ogni garanzia pubblica agli speculatori. Altrimenti sarebbero comunque i risparmiatori ad accollarsi il peso delle sofferenze bancarie, col bail in o anche col “bail out” (gli aiuti dello Stato, ovvero dei contribuenti).

Certamente, sulla vicenda Mps andrà aperta una commissione di inchiesta a partire dalla decisione di Renzi di affidare il piano di risanamento proprio a Jp Morgan, presa lo scorso settembre dopo un incontro tra Renzi e l’Ad della stessa Jamie Dimon. Giusto per essere chiari: si tratta dell’amichetto di Obama che affondò il tentativo di far passare al Congresso il ripristino del Glass-Steagall Act, ovvero la legge che impone la separazione fra banche di credito (tutelate dal Governo federale) e banche d’affari (autonome). Affidare a Jp Morgan il risanamento di Mps è come affidare il pollaio alla faina, essendo la stessa banca d’affari che ha ispirato la riforma costituzionale di Renzi, e che ritiene le Costituzioni di mezza Europa un “impedimento” ai propri piani di salvataggio degli speculatori.

In linea del tutto teorica, comunque, Mps potrebbe, in prospettiva, essere per l’Italia quello che la Kfw è per la Germania e la Bni per la Francia, ovvero un istituto bancario pubblico che permette di gestire il proprio debito sovrano anche all’interno dell’eurozona senza dover dipendere dalla buona volontà di Draghi. Ci hanno raccontato per anni che le obbligazioni pubbliche franco-tedesche pagavano interessi più bassi dei nostri perché erano più “credibili”, dimenticandosi del trascurabile particolare che vedeva la presenza di due grossi acquirenti che, aumentandone la domanda, ne mantenevano il prezzo (ovvero i rendimenti) ai minimi. Questo giochetto di fatto può essere portato avanti in maniera pressoché illimitata, dato che le regole di Basilea non impongono aumenti di capitale per l’acquisto di titoli di Stato. Mps quindi potrebbe semplicemente prendere soldi dalla Bce come qualunque altra banca e procedere al riacquisto di quote consistenti del nostri debito detenuto all’estero, anche approfittando di questo periodo di rendimenti azzerati dalle folli politiche monetarie della Bce e delle altre banche centrali planetarie. In prospettiva, certamente, questa sarebbe una buona idea realizzabile da un governo vagamente furbo persino all’interno dell’attuale apparato europide, di cui come è noto noi auspichiamo comunque la dissoluzione.

Ovviamente, però, questo richiederebbe un minimo di visione d’insieme da parte di una classe politica corrotta ed asservita, la quale in queste ore non ha nulla di meglio da fare che scannarsi per l’ennesimo governicchio non eletto da nessuno. E con buone ragioni, dato che lo scopo ultimo è stato esplicitato dallo stesso Padoan: l’intervento del Mes (Meccanismo Europeo di Stabilità) in Italia, organismo di fatto gestito dall’Unione Europea e quindi dalla Commissione, dalla Bce e dal Fmi, ovvero dal governo americano. I cosiddetti “aiuti europei”, però, arrivano solo e sempre a patto che il Paese ricevente rispetti delle condizionalità. Tradotto: altra austerità e un’ancora maggiore erosione di sovranità economica e politica. La richiesta è stata poi smentita, ma il gioco di annunci e smentite in rapida successione è il metodo preferito per testare la fattibilità di misure impopolari. Il problema, nel caso italiano, sono le banche, messe in crisi non da una propensione al rischio più alta che in altri Paesi avanzati ma come abbiamo spiegato varie volte da un’austerità che ha tagliato le gambe ai debitori (famiglie e imprese) mettendo in crisi i bilanci dei creditori (le banche). Le sofferenze bancarie sono il prodotto dell’austerità, non dei “prestiti agli amici degli amici”, come ci racconta Beppe Grillo e la sua corte dei miracolati ex nullatenenti.

Certamente, qualcosa di oscuro nella gestione di Mps esiste, come dimostra lo stranissimo “suicidio” del manager David Rossi, e gli storici rapporti intercorrenti fra l’istituto senese, la massoneria e l’Opus Dei. Queste però sono curiosità per topi di procura alla Travaglio, a noi interessa l’analisi politica delle questioni che andiamo ad affrontare e quella di Mps è semplice: o lo Stato si accolla 5 miliardi di ricapitalizzazione – diventandone quindi azionista a pieno titolo – oppure la banca è spacciata e con essa centinaia di migliaia di correntisti. E tutto questo in una situazione di caos ed assenza sostanziale di un potere esecutivo. Che la cosa sia voluta? Potrebbe essere il primo atto di una strategia di ritorsione della Bce contro l’Italia per l’esito del referendum che ha bocciato l’introduzione del diritto comunitario in costituzione. Se questo è vero, allora dobbiamo aspettarci un 2017 di fuoco.

Matteo Rovatti

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