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Qualche decennio fa, Giorgio Locchi e Alain de Benoist fecero scalpore con il loro saggio su Il Male americano in cui arrivarono a definire Washington come “la capitale del neomarxismo”. All’epoca si poteva sorriderne, forse, ma oggi quell’intuizione ci sembra geniale. Dovendo rifare oggi il punto della situazione, ci sarebbe solo da correggere la città: non Washington, ma la Silicon Valley è oggi il punto di riferimento del progressismo più spinto. Non è del resto un caso se esso coincida con il quartier generale del capitalismo globale.



È di questi giorni la notizia che James Damore, ingegnere di Google, è stato licenziato in tronco dalla multinazionale dopo aver pubblicato un documento di 10 pagine in cui ha affermato che donne e uomini sono diversi per natura. Il che significa superare una linea ideologica che non va superata, a Mountain View. Ma perché una multinazionale dell’informatica dovrebbe avere una sorta di linea editoriale interna su temi di attualità, con tanto di commissari politici volti a farla rispettare? Non basta intendersene di algoritmi? Evidentemente no, perché Google, così come gli altri big del settore, si pensa come un organismo politico, non solo economico. Ai tempi del decreto di Trump contro gli immigrati dai Paesi a rischio terrorismo, l’ad di Google, Sundar Pichai, stanziò un fondo di 4 milioni di dollari per sostenere quattro ong filo-immigrati. Non solo: precedentemente, il motore di ricerca era anche finito sotto accusa per presunti aiuti a Hillary Clinton. Il portale avrebbe manipolato il proprio algoritmo di ricerca in modo da occultare risultati negativi per la candidata democratica ed evidenziare quelli positivi.

Nello stesso senso si possono considerare le battaglie di Facebook contro le notizie filo-Le Pen in Francia o l’analogo provvedimento preso in Germania in favore della Merkel, la crociata contro le “inserzioni razziste, la sua censura tutta politica di ben 30mila account, o infine la curiosa policy interna di Menlo Park sul fatto che dire che “tutte le vite valgono” sia razzista contro i neri. Con Donald Trump, la Silicon Valley è scesa in guerra sin da subito. Novantasette società del settore tech, da Apple a Zynga, passando per la stessa Google, Facebook, Microsoft, Netflix, Snap e Uber presentarono un documento ufficiale contro le leggi del neopresidente sull’immigrazione. Nel documento, le società enfatizzavano l’importanza degli immigrati nell’economia e nella società, sottolineando che la decisione di Trump danneggia i loro affari e viola le leggi sull’immigrazione e la Costituzione statunitense. Insomma, una rivendicazione piena ed esplicita di una volontà schiavistica.

Qualche tempo fa, del resto, il New York Times aveva finito per chiedersi se, per caso, i big dell’hi tech non avessero dato luogo a un monopolio. Jonathan Taplin, direttore emerito dell’Annenberg Innovation Lab dell’Università del Sud della California e autore di Move Fast and Break Things: How Google, Facebook and Amazon Cornered Culture and Undermined Democracy, ricordava quelle che 10 anni fa erano le prime cinque grandi società del mondo per capitalizzazione: Microsoft, Exxon Mobil, General Electric, Citigroup e Shell Oil. Oggi ha resistito nella top five solo la prima. Gli altri posti sono stati occupati da Apple, Google, Amazon e Facebook. “Google – spiega Taplin – ha una quota di mercato dell’88% nel settore delle ricerche on line, Facebook (con le sue controllate Instagram, WhatsApp e Messenger) possiede il 77% del traffico mobile social e Amazon ha il 74% nel mercato degli e-book. In termini economici classici, tutti e tre sono monopoli”. Taplin citava il caso della compagnia telefonica statunitense, che è sì diventata ben presto monopolistica nel settore, ma a cui il governo ha imposto investimenti fissi nello sviluppo di tecnologie che vanno ben oltre l’ambito di competenza dell’azienda, tant’è che da essa sono usciti ben 9 premi Nobel. Ora, è possibile fare lo stesso con Google e sodali? “Dovremo decidere abbastanza presto se Google, Facebook e Amazon siano dei monopoli naturali che devono essere regolati, oppure permettere che lo status quo continui, facendo finta che questi giganti non infliggano danni alla nostra privacy e alla democrazia”. Prassi strettamente capitalista al servizio di idee trotzkiste. È il comunismo del terzo millennio, baby.

Adriano Scianca

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2 Commenti

  1. Questa gente fintamente progressista e democratica si venderebbe la madre al miglior offerente pur di incrementare il fatturato e le vendite di prodotti (in gran parte inutili) Queste stesse persone seguendo i dettami del consumismo globale sfrenato hanno ottenuto “democraticamente” quello che teorizzava lo Zio, provate ad entrare in un qualsiasi centro commerciale, le fighe alte bionde ecc. ecc. a contatto con i clienti, le racchie (scusate ma è così) a fare le pulizie o nei magazzini! Due razze “commercialmente” differenti? Così va bene pidiisti della malora?

  2. L’ho sempre sostenuto :usano la solita demagogica retorica buonista sinistrorsa per fare affari d’oro , utilizzando i sentimenti della gente per svuotarli di buonsenso riempiendo di soldi il loro portafoglio . Poi scommetto che se vai a controllare , nella loro vita privata sono i primi a fare il contrario di quello che dicono.Mi vengono in mente alcuni famosi artisti italiani che si dicevano e si dicono comunisti, facendo per esempio delle lodi sperticate a Castro, e poi avevano ed hanno lo yacht parcheggiato a Capri .

    Corda e sapone.

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