Roma, 2 set – Con l’estate agli sgoccioli è già tempo di riflettere sull’orizzonte autunnale del tempo libero che ci si prospetta. Le azzurre acque fotografate tra luglio e agosto lasceranno infatti presto spazio a dei grigi e piovosi weekend in città, dove per spezzare la monotonia e sentirsi un po’ di più à la page si sceglie, sempre più spesso, il pomeriggio “culturale” dedicato “all’arte”, la visita alla mostra temporanea del noto (?) artista straniero.

Parliamo volutamente di tempo libero poiché dietro tale trend di cultura se ne intravede davvero poca. Il fattore principale che purtroppo muove gli avventori a pagare venti euro per una monografica su Van Gogh altro non è, nella maggior parte dei casi, che puro costume, un interesse superficiale e passeggero per l’arte, che si limita a un singolo evento, peraltro di discutibile valore. Un’occasione temporanea per definizione ma avvertita come imperdibile, quasi fosse l’unica chance per il grande pubblico di fruire di capolavori in Italia. Boom di ingressi negli ultimi anni soprattutto nelle città del nord Italia dove questo genere di eventi è oramai in voga. Giusto il tempo d’un selfie, un paio di foto alle due opere principali, un’occhiata distratta ai pannelli e si può tornare a casa con la coscienza a posto, convinti ancora una volta d’essere sofisticati cittadini europei dediti al sacro culto del bello. Le opere, le tele, le sculture passano oltretutto in secondo piano. La nuova frontiera è la così detta “mostra interattiva”, dove sono il 3D, i filmati, gli effetti sonori, le luci, i pannelli touch-screen a essere protagonisti, tutta una serie di artificiose inutilità tecnologiche per giustificare il prezzo del biglietto e la pochezza della materia prima. Un’esperienza nel complesso più simile a Gardaland che agli Uffizi.

No, la tutela e la diffusione dell’arte non funzionano così, e sarebbe ora che sia il pubblico che il ministero capissero che le ragioni della cultura non possono e non devono essere le stesse del mercato. Ha dell’assurdo che il paese Di Giotto e di Piero della Francesca si metta costantemente in fila per sbirciare due schizzi di Munch, quattro bozzetti di Escher o un’opera minore di Cézanne, mentre la straordinaria Pinacoteca Nazionale di Bologna resta deserta e ignorata dai Bolognesi. Lecito chiedersi quanti Genovesi abbiano mai visitato Palazzo Rosso, o quanti Baresi conoscano le loro collezioni cittadine se non perché trascinati alle elementari in gita scolastica. Come mai tanti giovani non sono invogliati a visitare Urbino, Sabbioneta, Lucca, i tesori di casa propria, ma accorrono ad eventi-calderone che mischiano tra loro Pollock, Monet, Kandinskij Degas, Frida Khalo, tutti insieme appassionatamente a Milano, come per uno sgangherato festival metal? La verità è che stiamo perdendo di vista quello che siamo e quello che abbiamo. Dobbiamo domandarci anche che senso abbia spedire una scultura di Michelangelo in Giappone  o un quadro di Raffaelo negli Stati Uniti. Non è sensato che la globalizzazione abbia un’influenza destabilizzante anche per le nostre opere d’arte. In nome d’un confuso esotismo che spinge a mangiare presunto sushi in provincia di Perugia gli italiani rischiano di sradicarsi dalla propria identità.

Che fare dunque? Semplice, la chiave è proprio la genuinità di casa. Senza bisogno di rincorrere particolari chimere occorre maturare una nuova sensibilità e una logica culturale che valorizzi il nostro territorio. L’imperativo dev’essere riscoprire  e preservare quel patrimonio stabile e diffuso di cui disponiamo da secoli. Le gallerie, i musei, i palazzi, le collezioni permanenti, tutti quei nostri tesori che il mondo ci invidia, ma che troppo spesso diamo per scontati o ignoriamo, sintomo d’un provincialismo più che latente di cui l’Italia di oggi rischia d’esser preda.

Alberto Tosi

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